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Primo piano di Gino Sarfatti

I Grandi Maestri | Gino Sarfatti

Gino Sarfatti (autoritratto)

Gino Sarfatti, in un articolo di Casamica del 2008, è definito “Il genio della lampada”, “Artista dell’illuminazione”. Negli anni Cinquanta ha avuto un ruolo pioneristico legato anche al nome della sua azienda, Arteluce, la prima industria italiana impegnata a creare forme moderne per l'illuminazione. Alla domanda “Per lei, cos’è? Un artigiano?” risponde “Si, sono un artigiano esattamente”. (1) Nato a Venezia nel 1912, Ingegnere aeronavale di formazione, si trasforma in produttore e perfino venditore, fondando un’azienda, Arteluce, nel 1936. Personaggio poliedrico, creatore, artigiano e imprenditore. Racconta “Un giorno, un amico di mio padre mi ha chiesto una lampada, una lampada da scrivania. E mi ha chiesto di montare un bellissimo abat-jour su di un vaso di Murano. Terribile … Ma ho preso un’iniziativa. Ho messo nel vaso un riflettore. Il riflettore faceva parte di una macchina per il caffè che produceva una piccola fabbrica di Milano. Ne ho cromato l’interno ed ho ottenuto la possibilità di avere una lampada che dava una luce per scrivere e poi una luce per illuminare tutta la stanza, una luce indiretta. Ho cominciato da lì.” (2)

Negli anni ’30 in Italia, si instaura una nuova intellettualità borghese dove prevale la presenza del movimento “industriale”. Gino Sarfatti sente l’esigenza di produrre e commerciare in proprio i suoi oggetti. Nel 1939 costituisce Arteluce. Nel 1941 a causa della guerra, la sua famiglia deve lasciare Milano. Nel 1945 torna a Milano. Il negozio in Corso Matteotti 12, disegnato da Zanuso, diviene un punto di incontro, un riferimento culturale per i progettisti. Conosce e frequenta Franco Albini, Ludovico Belgiojoso, Vittoriano Viganò, Vito Latis, Ico Parisi, Gianfranco Frattini, Marco Zanuso. Sarfatti continua a progettare e a produrre lampade che rimangono per i decenni Quaranta e Cinquanta, l'unico esempio di apparecchi illuminanti congeniali ai nuovi movimenti dell'architettura. (3)

Vista d'insieme del negozio di Arteluce a Milano(1963 - Negozio Arteluce in Corso Matteotti – Photo courtesy: Pinterest)

I giovani architetti, utilizzano Arteluce nella progettazione illuminotecnica, commissionati dalla ricca e colta borghesia milanese che ricostruisce la propria immagine anche attraverso il prestigio delle proprie abitazioni, luoghi di incontri ad alto livello sociale. Nel novembre 1954, alla X Triennale, i modelli 1063 e 1065 ottengono il “Gran Premio”. Vince numerosi premi tra i quali il Compasso d’Oro nel 1954 per il modello “n°559” e nel 1955 per il “Lampadario dallo stelo cromato, il 1055/S”. Le sue invenzioni vanno dall’utilizzo di materiali innovativi a quell’epoca, come il perspex, l’acrilico, le resine traslucide, combinandoli con materiali più tradizionali, alla sperimentazione di nuovi sistemi. Nel 1956 i suoi apparecchi di illuminazione rivoluzionano l’idea dell’illuminazione domestica. Tra i membri fondatori dell’Associazione Italiana di Design (ADI).

Quali sono le caratteristiche della produzione Sarfatti?

"Innanzitutto la prolificità: rispetto ai grandi del design dell'apparecchio illuminante, il cui nome è legato a relativamente pochi modelli, di Sarfatti stupisce l'abbondanza della produzione, quasi egli lavorasse non solo ad un singolo progetto ma ad un generale concetto di lampada, che andava pian piano affinando e realizzando nella molteplicità degli esemplari progettati, avvicinandosi talvolta al restyling dei modelli degli anni Cinquanta e talvolta portando avanti concetti più avanzati, di tipo "meccanicistico" (per usare il termine caro a Gio Ponti)." (4) Un'altra caratteristica di Sarfatti, che lo contraddistingue, è la specializzazione professionale nell'apparecchio illuminante, non allargando la produzione a altri prodotti domestici, come facevano gli altri progettisti.
"Con lui finisce un particolare modo di fare "fare design", una tradizione industriale e commerciale moderna, ma anche con caratteristiche di artigianato di alto livello, aperto alle esigenze particolari, "su misura", di amici ed architetti che lo andavano a trovare nella "bottega" di Corso Matteotti". (5)
Nell'archivio dello studio Castiglioni, nella sezione Illuminazione Design, ci sono dei cataloghi di “Arteluce, apparecchi di illuminazione” con esposizione in via Spiga 23 Milano. Tra le lampade sono descritte in dettaglio:

  • 1958 – Lampada a sospensione “2097” per Arteluce – Gino Sarfatti

Dettaglio del corpo illuminante(1958 – Lampada a sospensione “2097-50” per Arteluce - Gino Sarfatti - Photo courtesy: Catalogo Arteluce)

  • 1964 – Lampada da terra “1090” per Arteluce – Gino Sarfatti

La lampada da Terra 1090 progettata da Gino Sarfatti(1964 – Lampada da terra “1090” per Arteluce - Gino Sarfatti - Photo courtesy: Catalogo Arteluce)

  • 1966 – Lampada da tavolo “600-p” per Arteluce – Gino Sarfatti

Un altra lampada di Gino Sarfatti, questa da tavolo(1966 – Lampada da tavolo “600-p” per Arteluce - Gino Sarfatti - Photo courtesy: Catalogo Arteluce)

  • 1968 – Lampada da tavolo “599/n” per Arteluce – Gino Sarfatti

Un set espositivo per la lampada da tavolo 559n(1968 – Lampada da tavolo “599/n” per Arteluce - Gino Sarfatti - Photo courtesy: Catalogo Arteluce)

  • 1969- Lampada a sospensione “2130” per Arteluce – Gino Sarfatti

Dettaglio della lampada 2130 per Arteluce(1969 – Lampada a sospensione “2130” per Arteluce - Gino Sarfatti - Photo courtesy: Catalogo Arteluce)

  • 1971 – Lampada da tavolo “607” per Arteluce – Gino Sarfatti

Vista di dettaglio della lampada da tavolo 607(1971 – Lampada da tavolo “607” per Arteluce - Gino Sarfatti - Photo courtesy: Catalogo Arteluce)

Il figlio Riccardo Sarfatti racconta: “I primi progetti possiedono una carica innovativa sorprendente. La forza di mio padre era il contatto diretto, anche manuale, con i materiali che lo portava ad avere quelle intuizioni sorprendenti con cui riusciva a trovare soluzioni del tutto differenti rispetto a quelle che si erano fatte fino ad allora. (…) Ha sempre cercato di semplificare i suoi prodotti e di togliere il più possibile; credo fosse una caratteristica dei progettisti dell’epoca, anche Franco Albini lo faceva, mio padre aveva un rapporto prediletto con lui.” (6)

Bibliografia:
(1) Gino Sarfatti, Galerie Christine Diegoni, 2008, Frederic Leibovitz Editeur, Parigi
(2) Gino Sarfatti, Galerie Christine Diegoni, 2008, Frederic Leibovitz Editeur, Parigi
(3) Lux: Italia 1930-1990. L'architettura della luce, Piero Castiglioni, Chiara Baldacci, Giuseppe Biondo, 1991, Berenice, Milano
(4) Lux: Italia 1930-1990. L'architettura della luce, Piero Castiglioni, Chiara Baldacci, Giuseppe Biondo, 1991, Berenice, Milano
(5) Lux: Italia 1930-1990. L'architettura della luce, Piero Castiglioni, Chiara Baldacci, Giuseppe Biondo, 1991, Berenice, Milano
(6) La fabbrica del design, Giulio Castelli, Paola Antonelli, Francesca Picchi, 2007, Skira, Ginevra- Milano

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Altri Maestri

Questa sezione rende omaggio ai grandi maestri del design, protagonisti di percorsi creativi capaci di attraversare il tempo e dialogare con contesti culturali, sociali e tecnologici differenti. Le loro opere si collocano in equilibrio tra memoria e innovazione, tra il rigore della storia dell’architettura e la tensione verso nuove forme di espressione, offrendo chiavi di lettura ancora attuali sul modo in cui gli spazi vengono pensati, costruiti e vissuti.
Attraverso il racconto delle loro storie personali e l’analisi dei progetti più rappresentativi, emerge un patrimonio di idee, intuizioni e visioni che continua a influenzare il presente. Ogni maestro diventa così un punto di osservazione privilegiato per comprendere come il design risponda ai bisogni dell’uomo, interpreti i cambiamenti della società e sappia trasformare vincoli tecnici e culturali in opportunità creative.
Questi percorsi non sono solo testimonianze del passato, ma strumenti per interrogare il futuro. I temi affrontati — dall’evoluzione dei linguaggi formali al rapporto con la tecnologia, dalla qualità dell’esperienza spaziale alla responsabilità ambientale — delineano scenari in continua trasformazione, nei quali il design si conferma disciplina viva, capace di rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici.

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