Collaborazioni con Architetti e Studi Internazionali
Dialogo progettuale, integrazione disciplinare e costruzione del linguaggio della luce
L’esperienza maturata in oltre due decenni di attività ha portato Marco Petrucci a operare a fianco di architetti di fama internazionale e di studi affermati nel panorama mondiale, contribuendo a progetti in cui la luce non è mai un semplice "servizio", ma un dispositivo di interpretazione architettonica. In questi contesti, il valore aggiunto non risiede nella sola competenza tecnica, bensì nella capacità di tradurre il linguaggio progettuale di ogni autore in una strategia luminosa coerente, misurabile e riconoscibile, mantenendo costante l’attenzione a percezione, materia, proporzione e durabilità dell’esperienza visiva.
Questa capacità nasce da un presupposto preciso: l’illuminazione efficace non si applica "dopo", ma si costruisce "con" l’architettura. Nella pratica, significa leggere gerarchie, ritmi, profondità, texture e soglie luminose come parte del progetto, declinando gli stessi principi del buon lighting design in funzione di scale e tipologie molto diverse: dall’infrastruttura aeroportuale al museo, dall’ospitalità di alta gamma al patrimonio storico, dall’architettura contemporanea sperimentale ai contesti archeologici e sacri.
A rendere strutturale questo approccio è soprattutto l’incontro con il maestro Piero Castiglioni, con cui Marco Petrucci sviluppa una collaborazione continuativa di lungo periodo, maturando un metodo che assume la luce come materia autonoma e critica, capace di rivelare senza imporre, di costruire profondità senza teatralizzare, di valorizzare senza sovraesporre. È dentro questa scuola progettuale che le collaborazioni con nomi come Gae Aulenti, Renzo Piano, Ricardo Bofill, Thom Mayne, Mario Botta, Jean-Michel Gathy, BIG – Bjarke Ingels Group, Mario Cucinella ed Emre Arolat diventano non una sequenza di "incarichi", ma un percorso coerente di affinamento: ogni progetto è un laboratorio in cui la luce viene testata come sistema, come linguaggio e come responsabilità.
I capitoli dedicati ai singoli architetti entreranno nel merito dei progetti e delle specificità di ciascuna collaborazione. In questa sezione, l’attenzione è rivolta al filo conduttore che attraversa tali esperienze: la capacità di trasformare ogni confronto internazionale in un’occasione di affinamento metodologico e di ampliamento della visione progettuale, dando forma a un profilo in cui integrazione disciplinare, precisione operativa e sensibilità culturale si manifestano concretamente nella qualità dello spazio illuminato.
L’inizio di un Percorso nella Luce: Il Progetto Portello a Milano
Trasformazione dell’ex area industriale Alfa Romeo in un nuovo quartiere urbano
Il primo grande progetto che, tra 2006 e 2015, vede Marco Petrucci operare come Lighting Designer è proprio il rinnovamento del quartiere urbano Milano Portello, un intervento di rigenerazione esteso sull’area delle ex fabbriche storiche Alfa Romeo e Lancia lungo l’asse Sempione–San Siro. L’obiettivo della trasformazione è la "ricucitura" del tessuto urbano: da spazio chiuso e segregato a spazio poroso e attraversabile, con una nuova relazione tra architetture, suolo pubblico e paesaggio. Il valore aggiunto di questa esperienza risiede anche nel confronto con una costellazione di figure che rappresentano riferimenti solidi e riconosciuti nel panorama internazionale: Gino Valle, per la capacità di tenere insieme rigore e misura dell’architettura contemporanea; Cino Zucchi, per l’attenzione alle relazioni urbane e alla qualità dello spazio collettivo; Guido Canali, per l’equilibrio tra dettaglio, materia e controllo compositivo; Charles Jencks, come voce teorica di rilievo nel dibattito sull’architettura e sui linguaggi del progetto; Andreas Kipar, per l’approccio paesaggistico e la costruzione di sistemi aperti tra verde, percorsi e uso pubblico. In un contesto così stratificato, la progettazione della luce diventa un atto di mediazione: integrare esigenze funzionali e identità architettoniche differenti in un impianto coerente, capace di dare forma alla nuova immagine notturna del Portello senza perdere disciplina e controllo.
L’immagine restituisce con chiarezza l’esito urbano della riqualificazione del Portello: un nuovo sistema di edifici direzionali e spazi pubblici che, nella lettura notturna, evidenzia la trasformazione dell’area da enclave produttiva a centralità contemporanea. La composizione è scandita da volumi architettonici netti, facciate vetrate e superfici opache a fasce orizzontali, mentre la grande piazza e i percorsi di relazione assumono un ruolo primario grazie a un’illuminazione controllata, capace di garantire leggibilità, orientamento e continuità spaziale. In questo quadro, la luce non si limita a "illuminare" gli oggetti, ma costruisce un campo percettivo unitario che rende lo spazio fluido, riconnettendo attraversamenti, quote e fronti edificati in un unico disegno urbano.
La collaborazione con Gae Aulenti: Esperienze di Progetto tra Architettura e Patrimonio
Dall’Aeroporto di Perugia ai palazzi storici di Palermo e Alessandria, un itinerario tra architettura, luce e memoria
Tra il 2006 e il 2012 si apre una stagione progettuale segnata dal confronto con i progetti di Gae Aulenti, figura centrale dell’architettura italiana e internazionale, all’interno di interventi in cui la luce assume un ruolo strutturale nel delicato equilibrio tra memoria storica e trasformazione contemporanea. Dopo l’esperienza iniziale sull’illuminazione degli interni dell’Aeroporto San Francesco d’Assisi di Perugia, il confronto si approfondisce nel progetto di Palazzo Branciforte a Palermo, uno degli interventi più significativi di rifunzionalizzazione culturale dell’ultimo periodo. Qui, la biblioteca diventa il fulcro di una riflessione sullo spazio del sapere: un luogo in cui la luce deve garantire precisione funzionale, ma anche restituire dignità architettonica e silenzio visivo a un edificio carico di stratificazioni storiche.
Con Gae Aulenti la luce diventa fattore di sintesi, mai invasiva, capace di dialogare con l’architettura senza sovrapporsi ad essa. Questa impostazione trova continuità negli interventi successivi sviluppati con Gae Aulenti Associati, dalla Biblioteca Comunale Tilane di Paderno Dugnano, dove l’illuminazione accompagna la trasformazione urbana e la fruizione pubblica dello spazio culturale, fino a Palazzo Vetus ad Alessandria, il più antico edificio storico della città, per il quale vengono affrontati in modo unitario i temi dell’illuminazione delle facciate e degli interni. In questo ciclo di progetti, Marco Petrucci consolida un metodo che unisce disciplina illuminotecnica, rispetto per il patrimonio e chiarezza percettiva, maturando un approccio che riconosce nella lezione di Gae Aulenti – sobria, colta e profondamente architettonica – un riferimento determinante nella costruzione della propria identità progettuale.
L’immagine della biblioteca di Palazzo Branciforte restituisce con immediatezza la cifra progettuale dell’intervento: uno spazio monumentale, rigorosamente ordinato, in cui architettura, arredo e luce concorrono alla costruzione di un ambiente di studio e conservazione dalla forte identità contemporanea. Le grandi scaffalature metalliche a sviluppo verticale definiscono una sezione spaziale profonda e ritmata, mentre la luce artificiale è distribuita in modo regolare e non gerarchico, garantendo una lettura omogenea dei dorsi dei volumi e un comfort visivo costante sui piani di consultazione. L’illuminazione non cerca effetti iconici, ma lavora per misura, accompagnando lo sguardo lungo le altezze e rendendo percepibile la scala reale dello spazio senza introdurre contrasti superflui. La superficie decorata del soffitto emerge come elemento culturale e simbolico, valorizzata da un equilibrio calibrato tra luce diretta e riflessioni controllate.
L’Incontro con Ricardo Bofill: Lighting Design per l’Aeroporto El Prat di Barcellona
Un’esperienza internazionale tra luce, architettura e minimalismo progettuale
Tra il 2007 e il 2009, Marco partecipa al progetto di lighting design del nuovo terminal di Barcellona, firmato dall’architetto catalano Ricardo Bofill, confrontandosi con una delle più rilevanti infrastrutture aeroportuali europee. Il progetto di Bofill è fondato su principi dichiarati con estrema lucidità dallo stesso architetto: chiarezza, pochi materiali, minimalismo e semplicità, come strumenti per fondere funzionalità ed estetica, escludendo ogni elemento superfluo. In questo quadro concettuale, la luce diventa un elemento strutturale del linguaggio architettonico, chiamata a sostenere l’ordine spaziale senza mai sovrapporsi alla forma.
Il progetto dell'aeroporto costituisce un momento determinante nell’approccio alla scala infrastrutturale, rafforzando una lettura dell’architettura come sistema articolato di flussi, temporalità e percezioni. L’illuminazione del Terminal 1 non è pensata come somma di soluzioni locali, ma come sistema unitario, capace di garantire omogeneità luminosa, riduzione dei contrasti e continuità percettiva lungo percorsi estremamente estesi. L’esperienza di El Prat consolida in Marco Petrucci la consapevolezza che, in architetture di questa scala, la qualità della luce è inseparabile dalla qualità dell’esperienza: orientamento intuitivo, assenza di abbagliamenti, comfort visivo prolungato e leggibilità immediata diventano parametri progettuali primari.
L’apertura del Terminal 1 segna un momento strategico per la città di Barcellona, rafforzandone il ruolo tra i principali hub aeroportuali europei, ma rappresenta anche, per Marco Petrucci, un’occasione di crescita metodologica fondamentale. Il confronto con la visione rigorosa e anti-retorica di Ricardo Bofill contribuisce a rafforzare un approccio alla luce basato su disciplina, misura e controllo, in cui il lighting design non cerca protagonismo, ma lavora silenziosamente per rendere l’architettura chiara, leggibile e durevole nel tempo.
L’immagine del Terminal 1 dell’Aeroporto di Barcellona – El Prat restituisce con immediatezza la forza spaziale dell’architettura: una grande sala continua, scandita da una struttura regolare e da una copertura estesa che sembra galleggiare sopra il suolo. La luce artificiale contribuisce in modo determinante a questa percezione di chiarezza e continuità, distribuendosi in maniera uniforme e diffusa, senza creare punti di tensione visiva o gerarchie arbitrarie. Le superfici riflettenti del pavimento amplificano la sensazione di apertura, mentre la segnaletica e i dispositivi informativi emergono con precisione funzionale, leggibili a grande distanza. In questo contesto, l’illuminazione non è spettacolare né iconica, ma costruisce un campo visivo stabile, essenziale per l’orientamento, la sicurezza e il comfort di milioni di passeggeri.
Pierluigi Ghianda: Dialogo tra Forma, Luce e Memoria Materica
Dal progetto privato alla scena museale: illuminare l’eccellenza artigiana di Pierluigi Ghianda
Nel 2010 il maestro ebanista Pierluigi Ghianda segna un passaggio di particolare densità culturale nel percorso di crescita. Il primo progetto nasce in ambito privato, con l’illuminazione di una libreria realizzata su misura per un’abitazione milanese, occasione in cui la luce è chiamata a dialogare con la precisione millimetrica del gesto artigiano. Qui, l’illuminazione non ha funzione decorativa, ma diventa strumento di verifica visiva, capace di restituire fedelmente la qualità della materia, la profondità delle giunzioni e la coerenza dell’insieme.
Questo rapporto si consolida nel 2013 con il progetto illuminotecnico della Mostra Ghianda alla Triennale di Milano, sviluppato in collaborazione con Pierluigi Ghianda e Studiolabo. L’esposizione è costruita come un percorso di progressiva rivelazione del sapere artigianale: dagli incastri più elementari fino a quelli di massima complessità, come il celebre tavolo Kyoto, opera-manifesto esposta anche al MoMA di New York, composta da 1705 incastri e da una trama di 1600 fori quadrati. In questo contesto, la luce assume un ruolo critico: non solo illumina, ma misura, rende visibile il tempo del lavoro, la logica strutturale, la tensione tra pieno e vuoto.
Il progetto illuminotecnico è impostato su un equilibrio rigoroso tra luce diffusa e accenti puntuali, evitando abbagliamenti e riflessioni parassite, per consentire allo sguardo di soffermarsi sulle micro-variazioni della superficie lignea. Le ombre non sono eliminate, ma integrate come parte del racconto, diventando strumento di comprensione della tridimensionalità e della profondità costruttiva. In questa esperienza, Marco Petrucci consolida una sensibilità progettuale che riconosce nella luce non un mezzo espressivo autonomo, ma un dispositivo cognitivo, capace di rendere visibile l’intelligenza della materia. Il confronto con Pierluigi Ghianda rafforza così un’idea di lighting design fondata su rispetto, precisione e ascolto, dove la luce si mette al servizio dell’opera e della memoria del gesto artigiano.
L’immagine della mostra dedicata a Pierluigi Ghianda alla Triennale di Milano restituisce uno spazio espositivo di grande rigore e concentrazione, in cui il legno diventa materia assoluta e la luce agisce come strumento di lettura silenzioso e preciso. Gli oggetti esposti – sedute, tavoli, librerie, strutture autoportanti – sono disposti su piani continui e neutri, che isolano le forme e ne rendono immediatamente percepibile la complessità costruttiva. La luce è calibrata per non sovrastare mai l’oggetto, ma per accompagnarne la comprensione: superfici lignee levigate, spigoli netti, curvature e soprattutto incastri emergono attraverso un gioco controllato di ombre sottili e gradienti luminosi, che rendono leggibile il lavoro artigianale senza trasformarlo in spettacolo.
Illuminare la Storia: Progetto di Lighting Design per i Fori Imperiali di Roma
Un intervento nel cuore del patrimonio UNESCO, in dialogo con la Sovrintendenza Capitolina
Tra il 2010 e il 2012, la progettazione illuminotecnica di uno dei contesti archeologici più rilevanti al mondo, riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità UNESCO: i Fori Imperiali di Roma. L’intervento si sviluppa nel cuore della città storica, lungo l’asse compreso tra Piazza Venezia e il Colosseo, in continuità con il Foro Romano, affrontando un sistema urbano e archeologico di eccezionale complessità. Il progetto si confronta direttamente con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in un dialogo costante tra esigenze di tutela, conservazione e valorizzazione percettiva.
Il percorso illuminato accompagna il visitatore lungo una sequenza spaziale precisa e fortemente simbolica: dall’ingresso presso la Colonna Traiana, attraverso i resti dei fori imperiali, fino all’uscita dal Foro di Cesare in Via Bonella (Via dei Fori Imperiali). In questo contesto, la luce non ha il compito di "ricostruire" ciò che non esiste più, ma di rendere intelligibile ciò che resta, rispettando il carattere frammentario e incompiuto dell’archeologia. Le superfici sono illuminate con intensità contenute, evitando contrasti eccessivi, per preservare la percezione notturna del sito e il rapporto con il paesaggio urbano circostante.
Questa esperienza rappresenta per Marco Petrucci un passaggio centrale nella maturazione di un approccio alla luce applicata al patrimonio storico-monumentale, fondato su principi di reversibilità, non invasività e controllo rigoroso. L’illuminazione dei Fori Imperiali consolida una visione in cui la luce agisce come strumento critico, capace di restituire dignità e leggibilità a uno dei luoghi più emblematici della memoria collettiva, senza alterarne il silenzio, la scala e la profondità storica.
L’immagine notturna dei Fori Imperiali di Roma restituisce una visione di straordinaria densità storica e spaziale, in cui la luce diventa strumento di misura, rispetto e rivelazione. I volumi archeologici emergono dal buio con una presenza silenziosa: le colonne, i fronti murari e le superfici lapidee non sono uniformemente "lavate", ma modellate attraverso gradienti luminosi controllati, che ne rendono leggibile la stratificazione, le discontinuità materiche e il trascorrere del tempo. La scena luminosa evita qualsiasi effetto spettacolare o scenografico: la luce è calibrata per accompagnare lo sguardo, restituendo profondità, orientamento e gerarchia percettiva, senza mai sovrapporsi al valore simbolico e monumentale del sito.
Luce e Spiritualità in Turchia: con Emre Arolat nella Moschea Sancaklar a Istanbul
Tra Istanbul, Bodrum e Antakya: un percorso di luce tra identità, materia e paesaggio
Tra il 2011 e il 2013, il progetto illuminotecnico della Moschea Sancaklar, firma dell’architetto Emre Arolat, una delle figure più rilevanti dell’architettura contemporanea internazionale. Il progetto è fondato su una tensione costante e controllata tra luce naturale e luce artificiale, dove quest’ultima non compete mai con la prima, ma ne prolunga e ne sostiene il significato nelle ore notturne. La luce elettrica diventa così un dispositivo di continuità percettiva, capace di preservare il carattere introverso e contemplativo dell’architettura anche in assenza di luce diurna.
L’architettura della Moschea Sancaklar rifiuta qualsiasi iconografia religiosa tradizionale, affidando alla materia, alla sezione e alla luce il compito di costruire il senso dello spazio sacro. In questo contesto, il lighting design non è un elemento aggiunto, ma parte integrante del progetto architettonico, sviluppato in stretta coerenza con la geometria, la scala e il significato simbolico del luogo. La luce radente sui muri in pietra, la sottolineatura discreta dei percorsi e il controllo rigoroso delle luminanze contribuiscono a creare un ambiente in cui il sacro emerge per sottrazione, non per accumulo.
Il valore di questo lavoro è riconosciuto a livello internazionale: nel 2015 la Moschea Sancaklar riceve da ArchDaily il premio come Miglior Edificio Religioso dell’Anno ed è inclusa tra i 40 migliori edifici selezionati dal Mies van der Rohe Award. Parallelamente, nello stesso periodo (2011–2013), Marco Petrucci collabora con lo studio di Istanbul al progetto Bodrum Vicem, luxury compound a Bodrum, mentre tra il 2014 e il 2019 sviluppa il progetto illuminotecnico del Museum Hotel di Antakya, un complesso unico in cui un hotel contemporaneo si integra con un museo pubblico di reperti archeologici restaurati. In questo arco di lavori, il dialogo con Emre Arolat consolida una visione della luce come strumento culturale e narrativo, capace di mettere in relazione architettura contemporanea, memoria storica e dimensione spirituale, mantenendo sempre un equilibrio rigoroso tra tecnica, percezione e significato.
L’immagine della Moschea Sancaklar a Istanbul restituisce uno spazio di rara intensità percettiva, in cui architettura, materia e luce sono inscindibili. Il percorso è scavato nella terra, definito da muri in pietra grezza, superfici orizzontali in calcestruzzo e specchi d’acqua che amplificano la profondità spaziale. La luce artificiale è ridotta all’essenziale: linee luminose integrate, radenti e continue, accompagnano il cammino senza mai dichiararsi come oggetti tecnici. Il risultato è un ambiente in cui la luce non "illumina" nel senso convenzionale, ma rivela lentamente lo spazio, dialogando con il buio e lasciando che la percezione si costruisca per adattamento progressivo. L’assenza di abbagliamenti e di contrasti violenti favorisce una condizione di raccoglimento, in cui il tempo sembra dilatarsi e la materia emerge con una forza quasi archetipica.
Con Renzo Piano al MUSE di Trento: Illuminare la Trasparenza tra Architettura e Sostenibilità
Un progetto museale nel cuore del Quartiere Le Albere, certificato LEED Gold
Tra il 2011 e il 2013, nel contesto del masterplan del Quartiere delle Albere a Trento, Marco Petrucci partecipa al progetto di illuminazione del MUSE – Museo delle Scienze, opera dello Studio Renzo Piano Building Workshop, confrontandosi direttamente con i temi dell’illuminotecnica museale. L’architettura di Renzo Piano, fondata su apertura, leggerezza e dialogo con il contesto naturale, richiede una luce capace di interagire con l’apporto diurno, accompagnarne le variazioni e integrarsi senza sovrapporsi, sostenendo la continuità percettiva tra spazio, architettura e paesaggio.
Il confronto con lo studio di Renzo Piano riveste un ruolo formativo e metodologico di primo piano. Nel MUSE, la luce artificiale non è chiamata a creare effetti iconici, ma a sostenere un’idea di museo come spazio pubblico trasparente, accessibile e didattico, in cui l’esperienza del visitatore è costruita attraverso gradualità percettive e chiarezza visiva. L’illuminazione degli spazi espositivi, dei percorsi verticali e delle aree comuni è sviluppata con particolare attenzione al comfort visivo, alla resa cromatica e alla flessibilità, elementi fondamentali in un museo scientifico in continua evoluzione.
Il progetto si inserisce inoltre in una visione fortemente orientata alla sostenibilità, tema centrale nella ricerca di Renzo Piano e condiviso nel lavoro illuminotecnico. L’uso controllato della luce artificiale, l’integrazione con l’apporto di luce naturale e la selezione di soluzioni ad alta efficienza contribuiscono al raggiungimento della certificazione LEED Gold, riconoscimento che attesta la qualità ambientale complessiva dell’intervento. In questo contesto, Marco Petrucci consolida un approccio alla luce museale come infrastruttura silenziosa, capace di sostenere l’architettura e i contenuti scientifici senza mai imporsi, rafforzando una visione progettuale in cui tecnica, sostenibilità e percezione sono parte di un unico sistema coerente.
L’immagine del MUSE – Museo delle Scienze di Trento restituisce un’architettura fortemente caratterizzata dal tema della trasparenza e della continuità visiva con l’ambiente esterno, in cui l’edificio si pone come dispositivo aperto tra paesaggio alpino, spazio urbano e contenuti scientifici. Le grandi superfici vetrate, le coperture articolate e la sezione complessa costruiscono un organismo architettonico permeabile alla luce naturale, nel quale l’illuminazione artificiale interviene con misura e discrezione, prolungando nelle ore serali la leggibilità dello spazio senza alterarne l’equilibrio. La luce accompagna i percorsi interni, definisce le stratificazioni verticali del museo e garantisce una fruizione chiara e confortevole degli ambienti espositivi, evitando contrasti eccessivi e privilegiando una percezione continua e fluida.
Aman Venice: Il Lighting Design del Palazzo Papadopoli con Jean-Michel Gathy
Lighting Design tra affreschi del Tiepolo, architettura patrizia e ospitalità "sette stelle" sul Canal Grande
Tra il 2011 e il 2014, il lighting design di Aman Venice, all’interno del Palazzo Papadopoli, edificio patrizio del XVI secolo affacciato sul Canal Grande, a pochi passi dal Ponte di Rialto, impreziosito nel Settecento dagli affreschi di Giambattista Tiepolo. Il progetto si sviluppa in collaborazione con lo studio Denniston, fondato dall’architetto Jean-Michel Gathy, figura di riferimento assoluto nel panorama internazionale dell’hospitality di alta gamma. La trasformazione del palazzo in un hotel di livello "sette stelle" – con 24 suite tutte diverse per architettura e arredo, spa, saloni e spazi di rappresentanza – richiede un approccio alla luce estremamente colto e misurato, capace di coniugare tutela del patrimonio, comfort contemporaneo e identità del luogo.
Il dialogo progettuale con lo studio Denniston contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’identità del progetto. La visione, fondata su un lusso discreto e sull’esperienza sensoriale dello spazio, trova nella luce uno strumento determinante: l’illuminazione è progettata come infrastruttura invisibile, integrata negli elementi architettonici e negli arredi, per evitare qualsiasi intrusione visiva. Nelle suite e nei saloni storici, la luce accompagna la lettura delle superfici affrescate e delle boiserie, modulando intensità e temperature di colore per garantire equilibrio percettivo e leggibilità dello spazio, rispetto dei materiali e un’atmosfera coerente nelle diverse ore del giorno e della notte.
Questo progetto rappresenta per Marco Petrucci un momento di sintesi tra lighting design, interior design e conservazione. Il confronto con Gathy consolida un metodo in cui la luce diventa strumento narrativo ed emozionale, capace di sostenere l’esperienza dell’ospite senza mai assumere un ruolo protagonista. Aman Venice si afferma così come esempio emblematico di come l’illuminazione, quando guidata da rigore e sensibilità, possa trasformare un palazzo storico in un luogo di ospitalità contemporanea, preservandone intatta la profondità culturale e il valore simbolico.
L’immagine di Aman Venice a Palazzo Papadopoli restituisce un interno di straordinaria raffinatezza, in cui la luce costruisce un equilibrio sottile tra memoria storica e abitabilità contemporanea. Le superfici decorate, gli stucchi e le dorature settecentesche dialogano con arredi essenziali e tessuti neutri, mentre l’illuminazione agisce per stratificazione: sorgenti calde e schermate definiscono un’atmosfera raccolta, senza mai competere con la ricchezza materica dell’architettura. La luce non invade lo spazio, ma lo accarezza, valorizzando i volumi, controllando le riflessioni sugli ori e preservando una percezione intima e silenziosa, coerente con l’idea di lusso non ostentato che caratterizza il brand Aman.
Lighting Masterplan per EXPO Milano 2015: La Luce come Linguaggio Progettuale
Un approccio scenografico alla luce urbana tra pianificazione, arte e paesaggio
Tra il 2011 e il 2015, la definizione del Lighting Masterplan dell’Esposizione Universale di Milano, affrontando uno dei più complessi progetti di illuminazione urbana e scenografica degli ultimi decenni. In questo contesto, la luce viene concepita non come semplice risposta ai compiti visivi, ma come linguaggio progettuale, in grado di strutturare lo spazio, gerarchizzare i percorsi e costruire un’esperienza collettiva coerente con i temi dell’evento. Il masterplan definisce criteri, intensità, cromatismi e logiche di integrazione tra architetture, spazi aperti e installazioni temporanee, garantendo unità percettiva pur nella molteplicità dei padiglioni e delle identità nazionali.
All’interno di questo quadro strategico si inserisce anche il progetto "Itinerari di luce EXPO 2015", installazione site-specific realizzata a Bergamo in occasione dell’Esposizione. I cosiddetti "gomitoli di luce", differenti per dimensione e cromatismo, sono collocati direttamente sul manto erboso, in apparente disposizione casuale, a formare un aggregato scultoreo luminoso. Qui la luce diventa materia plastica e narrativa: un elemento che invita alla sosta, al movimento e alla relazione, trasformando uno spazio aperto in un luogo esperienziale. Questo progetto sintetizza efficacemente l’approccio di Marco Petrucci al lighting design urbano e temporaneo: una luce capace di orientare, raccontare e generare senso, mantenendo sempre un equilibrio tra controllo tecnico, libertà espressiva e qualità percettiva.
L’immagine restituisce con chiarezza l’atmosfera serale dell’EXPO Milano 2015, in cui l’architettura temporanea e le grandi strutture leggere diventano supporto di un sistema luminoso unitario, riconoscibile e leggibile a scala urbana. Le coperture tessili, sospese e ritmate, sono attraversate da una luce diffusa e omogenea che definisce i percorsi, accompagna i flussi di visitatori e costruisce una percezione di continuità spaziale. La luce non si limita a garantire visibilità e sicurezza, ma contribuisce a creare un paesaggio notturno artificiale, capace di orientare, accogliere e generare identità, trasformando l’area espositiva in una vera e propria città temporanea.
Con il FAI per l’Abbazia di Viboldone: Progetto di Luce tra Storia, Spiritualità e Conservazione
La Luce sulla Pietra e sugli Affreschi: L’Abbazia di Viboldone come Luogo del Sacro e della Visione
Tra il 2013 e il 2017, il progetto illuminotecnico dell’Abbazia dei Santi Pietro e Paolo di Viboldone, a San Giuliano Milanese, complesso monastico risalente al 1176 e bene tutelato dal FAI – Fondo Ambiente Italiano. L’intervento si colloca in un contesto di altissimo valore storico e simbolico, che comprende la chiesa affrescata e la Casa del Priore, oggi in parte destinata a foresteria. Il progetto richiede un approccio estremamente misurato, fondato su criteri di tutela e reversibilità dell’intervento, in dialogo costante con le istituzioni preposte alla conservazione.
All’interno di questo quadro, assume un ruolo centrale il confronto con Mario Botta, autore dell’allestimento liturgico. Il rapporto con l’architetto ticinese rappresenta un passaggio di grande rilevanza culturale: l’allestimento di Botta, introduce nuovi elementi contemporanei – sedute, arredi liturgici, ambone – concepiti come presenze misurate, capaci di dialogare con l’architettura storica senza mimetismi né rotture. In questo equilibrio delicato, la luce diventa strumento di mediazione tra antico e contemporaneo, chiamata a sostenere l’ordine spaziale dell’intervento di Botta e, al tempo stesso, a rispettare la stratificazione storica dell’abbazia.
Il progetto illuminotecnico lavora per strati di luce, privilegiando emissioni morbide, schermate e radenti, in grado di valorizzare la tessitura delle murature, la cromia degli affreschi e la geometria dell’allestimento. Le ombre non vengono eliminate, ma integrate come parte del linguaggio dello spazio sacro, contribuendo a preservare una dimensione di silenzio e raccoglimento. Il dialogo con Mario Botta rafforza in Marco Petrucci una visione della luce come elemento architettonico primario, non decorativo, capace di accompagnare la liturgia, la contemplazione e la lettura storica del luogo. L’intervento a Viboldone si configura così come un esempio emblematico di collaborazione tra lighting design, architettura contemporanea e conservazione del patrimonio, in cui la luce diventa atto di rispetto e strumento di continuità culturale.
L’immagine dell’Abbazia di Viboldone restituisce uno spazio sacro di straordinaria coerenza, in cui architettura medievale, pittura murale e luce concorrono a costruire un ambiente di forte intensità spirituale. Le volte, gli archi e i pilastri in laterizio scandiscono un interno raccolto, interamente avvolto dagli affreschi trecenteschi di scuola giottiana, che ricoprono le superfici con una narrazione continua. La luce artificiale è discreta, calibrata e profondamente rispettosa: non impone una lettura forzata, ma accompagna lo sguardo, permettendo agli affreschi di emergere con gradualità, senza cancellare la penombra naturale che caratterizza il luogo di culto.
Lighting Design per la Sede ENI di San Donato: Con Thom Mayne e Morphosis Architects
Illuminare l’Innovazione: Headquarter ENI a San Donato tra Architettura Integrata e Spazio Pubblico
Nel 2014, il tema dell’illuminazione degli uffici per il ENI Headquarter di San Donato, progetto firmato dallo studio Morphosis Architects, fondato da Thom Mayne, figura di primo piano dell’architettura contemporanea internazionale e vincitore del Pritzker Prize. L’architettura di Morphosis è caratterizzata da una forte tensione tra forma, struttura e funzione, con volumi dinamici, involucri tecnologicamente avanzati e una concezione dello spazio come sistema complesso e interconnesso. In questo scenario, il lighting design è chiamato a confrontarsi con una architettura ad alta densità concettuale, in cui la luce deve sostenere la leggibilità dell’organismo edilizio senza semplificarne la complessità.
La collaborazione con Morphosis Architects si configura come un’esperienza diretta di architettura fortemente integrata, in cui struttura, impianti, involucro e luce operano congiuntamente nella definizione del progetto. L’illuminazione degli spazi di lavoro è sviluppata con particolare attenzione alla condizione visiva e alla fruizione prolungata degli spazi, alla flessibilità funzionale e alla relazione con la luce naturale, elemento centrale negli edifici per uffici contemporanei. La piazza centrale, intesa come spazio di relazione e attraversamento, diventa un nodo percettivo in cui la luce contribuisce a definire gerarchie, profondità e continuità tra interno ed esterno.
All’interno del team progettuale, SCE Project è coinvolta nella progettazione integrata, garantendo il coordinamento tra discipline e la coerenza tra soluzioni illuminotecniche, impiantistiche e architettoniche. In questo contesto collaborativo, Marco Petrucci consolida un approccio alla luce come infrastruttura invisibile ma strategica, capace di migliorare la qualità degli ambienti di lavoro, supportare la sostenibilità complessiva del complesso e valorizzare l’identità architettonica del progetto. L’esperienza del Headquarter ENI rafforza così una visione del lighting design applicato agli spazi direzionali come strumento di equilibrio tra innovazione tecnologica, benessere degli utenti e forza espressiva dell’architettura contemporanea.
L’immagine del Headquarter ENI di San Donato Milanese restituisce con chiarezza la forza iconica e sistemica del progetto: un complesso articolato di volumi fluidi, sviluppati orizzontalmente e connessi tra loro, che si organizzano attorno a un grande vuoto centrale, la piazza, vero cuore simbolico e spaziale dell’intervento. Le tre torri-ufficio non si impongono come oggetti isolati, ma dialogano tra loro e con il paesaggio verde circostante, costruendo una relazione continua tra architettura, spazio pubblico e infrastruttura urbana. In questo contesto, la luce assume un ruolo determinante nel rendere leggibile la complessità formale dell’insieme e nel garantire comfort, orientamento e qualità percettiva agli spazi di lavoro.
Luce per Emilio Isgrò: un Dialogo tra Arte, Architettura e Narrazione Visiva
Progetti museali tra Milano e Venezia, con Marco Bazzini e Germano Celant
A partire dal 2016, Marco Petrucci affronta il tema dell’illuminazione museale per una grande mostra antologica dedicata a Emilio Isgrò, articolata su più sedi milanesi di assoluto rilievo – Palazzo Reale, Gallerie d’Italia di Piazza Scala e Casa del Manzoni – confrontandosi con il curatore Marco Bazzini. Questo primo ciclo di progetti segna l’inizio di un dialogo profondo con l’opera di uno dei più importanti artisti italiani contemporanei, in cui la luce è chiamata a confrontarsi con un linguaggio fondato sulla cancellatura, sulla parola negata e sul vuoto come dispositivo critico.
Segue nel 2018 il progetto illuminotecnico del Museo Privato Istituto Emilio e Scilla Isgrò, dove l’integrazione tra illuminazione e architettura diventa principio fondativo dell’intervento. In questo contesto permanente, la luce non è elemento accessorio, ma parte strutturale del progetto museografico, studiata per garantire continuità percettiva, rispetto delle opere e flessibilità espositiva, in coerenza con la poetica dell’artista.
Il momento di massima intensità culturale si raggiunge nel 2019, con il progetto illuminotecnico della Mostra Isgrò alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, sviluppato in diretto confronto con Emilio Isgrò e con il curatore Germano Celant, figura chiave della critica d’arte internazionale. Qui, il lighting design diventa esercizio di estrema disciplina: ogni scelta luminosa è filtrata attraverso il pensiero dell’artista, che richiede una luce capace di non aggiungere significato, ma di preservare la forza concettuale dell’opera. La luce accompagna il gesto della cancellatura, ne sottolinea la precisione, ma si ritrae costantemente, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione.
L’incontro con Emilio Isgrò rappresenta per Marco Petrucci l’ennesimo passaggio fondamentale nella maturazione di una visione della luce come atto critico. In questo dialogo tra arte e illuminotecnica, la luce diventa strumento di responsabilità culturale, chiamata a rispettare l’intelligenza dell’opera e il silenzio che la attraversa. L’esperienza veneziana alla Fondazione Giorgio Cini consolida così un approccio al lighting design museale fondato su ascolto, precisione e sottrazione, in cui la luce non interpreta, ma rende possibile la comprensione profonda del lavoro artistico.
L’immagine della Mostra Isgrò alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia restituisce uno spazio espositivo di grande rigore concettuale, in cui l’opera d’arte si manifesta attraverso sottrazione, silenzio e precisione. I globi – iconici, ridotti, isolati su basamenti neutri – emergono come oggetti di pensiero prima ancora che come manufatti, sospesi in un equilibrio fragile tra presenza e assenza. La luce è misurata, controllata, priva di enfasi: non interpreta l’opera, ma la rende leggibile, lasciando che sia il gesto concettuale di Isgrò a costruire il significato. Le superfici bianche, i fondi neutri e l’assenza di ombre dure favoriscono una percezione concentrata, quasi meditativa, in cui ogni variazione luminosa è calibrata per non interferire con la densità semantica del lavoro esposto.
Luce per il Museo Etrusco Rovati: Con Mario Cucinella nel Progetto Ipogeo di Palazzo Bocconi
Lighting Design al servizio dell’arte, della memoria e dell’architettura museale milanese
Tra il 2018 e il 2021, partecipa al progetto del lighting design del museo ipogeo della Fondazione Luigi Rovati, contribuendo alla definizione del layout illuminotecnico nell’ambito dell’ampliamento e della ristrutturazione di Palazzo Bocconi-Rizzoli-Carraro, in Corso Venezia, nel cuore del distretto museale milanese. Il progetto architettonico, firmato da Mario Cucinella, trasforma un palazzo storico ottocentesco in un complesso culturale contemporaneo dedicato alla civiltà etrusca, integrando funzioni espositive, attività scientifiche e programmi didattici transdisciplinari. In questo contesto, la luce assume un ruolo strutturale nella costruzione dell’esperienza museale, chiamata a mediare tra il peso simbolico dell’archeologia e il linguaggio architettonico innovativo dell’intervento.
Il lavoro con Mario Cucinella apre un passaggio significativo sul tema della sostenibilità culturale e percettiva. L’architettura ipogea del museo, ispirata alle tombe etrusche, richiede un’illuminazione capace di evocare la profondità del tempo senza cadere in ricostruzioni scenografiche. Il lighting design lavora quindi per strati di luce, utilizzando livelli contenuti, ottiche altamente controllate e un’attenta gestione delle temperature di colore, per garantire al tempo stesso la conservazione delle opere, la qualità cromatica e il comfort visivo dei visitatori.
La collaborazione con MCA Architects rafforza un approccio alla luce come dispositivo narrativo e scientifico, in cui ogni scelta illuminotecnica è strettamente connessa all’architettura e al contenuto museale. La luce non solo valorizza i reperti etruschi, ma contribuisce a definire l’identità del museo come luogo di conoscenza, ricerca e divulgazione. In questo progetto, Marco Petrucci consolida una visione del lighting design museale come gesto di responsabilità culturale, capace di mettere in relazione passato e presente, rigore scientifico ed esperienza sensoriale, all’interno di uno dei più significativi interventi museali recenti della città di Milano.
L’immagine del Museo Etrusco della Fondazione Luigi Rovati restituisce uno spazio ipogeo di grande intensità atmosferica, in cui architettura, materia e luce concorrono a costruire un’esperienza museale immersiva e profondamente contemporanea. Le sale sotterranee, caratterizzate da superfici continue e da una geometria fluida, evocano una dimensione arcaica e rituale, mentre le teche emergono come presenze leggere, quasi sospese nel buio controllato. La luce è calibrata con estrema precisione: puntuale sugli oggetti, morbida e diffusa sugli elementi architettonici, sempre priva di abbagliamenti, in modo da guidare lo sguardo e favorire una lettura concentrata delle opere senza mai spezzare la continuità spaziale.
Illuminare la Cattedrale di Saint-Pierre a Ginevra: Progetto di Luce con Ruffieux Chehab
Lighting Design per la Sala del Gran Consiglio e per la Cattedrale di Saint-Pierre
Tra il 2013 e il 2016, il progetto illuminotecnico per la Sala del Gran Consiglio a Friburgo, situata al primo piano dell’Hotel Cantonal, edificio del XVI secolo originariamente destinato a mercato del grano e oggi sede del Gran Consiglio cantonale. L’intervento richiede una calibrata ricerca di equilibrio tra rappresentatività, funzionalità e rispetto del contesto storico, attribuendo alla luce il ruolo di strumento di chiarezza istituzionale e di qualificazione percettiva dello spazio.
Segue nell’arco temporale 2010–2025 una serie articolata di interventi, tra cui il progetto di illuminazione interna ed esterna della Cattedrale di Saint-Pierre a Ginevra, uno dei luoghi simbolo della città e della tradizione riformata svizzera. In questo contesto, la luce assume un valore fortemente culturale e civico: non è chiamata a stupire, ma a rendere leggibile l’architettura, a garantire continuità tra spazio sacro, tessuto urbano e percezione notturna della città.
L’approccio dello studio svizzero, attento alla precisione costruttiva e alla sobrietà formale, trova nella luce un alleato progettuale capace di rafforzare il carattere dell’architettura senza sovrapporsi ad essa. Nel progetto della Cattedrale di Saint-Pierre, l’illuminazione diventa così uno strumento di continuità storica e urbana, in grado di accompagnare la vita liturgica e civile dell’edificio, preservandone l’identità e restituendone una lettura notturna coerente, rispettosa e profondamente contemporanea.
L’immagine della Cattedrale di Saint-Pierre a Ginevra restituisce uno spazio di grande solennità e rigore, in cui la verticalità gotica, la scansione delle colonne e la successione delle volte costruiscono un ambiente governato da proporzione, ritmo e silenzio. La luce artificiale interviene con estrema misura, seguendo l’ordine strutturale dell’edificio: le navate sono modellate attraverso gradienti luminosi morbidi, le arcate emergono senza enfatizzazioni retoriche e la percezione complessiva rimane equilibrata, leggibile e priva di abbagliamenti. L’illuminazione non altera la natura austera della cattedrale, ma ne rafforza la profondità spaziale e il carattere contemplativo, accompagnando lo sguardo verso l’abside e valorizzando la continuità dell’insieme architettonico.
Con BIG per l’Architettura Iconica: San Pellegrino Flagship Factory e CityWave a Milano
Lighting Design integrato tra industria, landmark urbani e progettazione internazionale
Nel periodo 2017–2025, inizia la collaborazione con lo studio BIG – Bjarke Ingels Group, vincitore del concorso per l’ampliamento dello stabilimento storico di San Pellegrino Flagship Factory a San Pellegrino Terme. Il progetto rappresenta uno dei più significativi interventi di architettura industriale contemporanea in Italia, in cui produzione, paesaggio e immagine del brand sono integrati in un unico organismo architettonico. All’interno del team multidisciplinare, che comprende Atelier Verticale, ARUP e GAD, il contributo illuminotecnico si inserisce fin dalle fasi iniziali come parte integrante del concept architettonico.
Il dialogo con BIG si configura come un momento di particolare rilievo. L’approccio dello studio di Bjarke Ingels, fondato sull’idea di "pragmatic utopianism", richiede un lighting design capace di dialogare con forme complesse, geometrie fluide e sistemi strutturali avanzati, senza perdere controllo tecnico e chiarezza percettiva. Nella Flagship Factory, la luce contribuisce a enfatizzare la sequenza degli archi, la continuità dei percorsi e il rapporto tra architettura e paesaggio alpino, rafforzando l’identità industriale del complesso e la sua leggibilità notturna.
Il lavoro con BIG prosegue dal 2020 al 2025 con il progetto CityWave a Milano, vincitore del concorso per la quarta torre di CityLife, sviluppato dallo studio londinese di BIG. Anche in questo caso, Marco Petrucci segue il progetto illuminotecnico confrontandosi con un’architettura iconica e fortemente espressiva, mentre per la parte impiantistica il coordinamento avviene con lo studio Manens-Tifs S.p.A.. CityWave rappresenta un ulteriore banco di prova sul tema della luce applicata a grandi landmark urbani, dove l’illuminazione deve sostenere la forma architettonica, garantire efficienza energetica e contribuire alla qualità dello spazio pubblico.
Nel complesso, la collaborazione con BIG Bjarke Ingels Group segna un passaggio decisivo nel confronto con l’architettura internazionale di grande scala. In questi progetti, la luce si conferma come infrastruttura tecnica, capace di integrare esigenze produttive, rappresentative e urbane, rafforzando una visione del lighting design come parte attiva e strutturale del progetto architettonico contemporaneo.
L’immagine della San Pellegrino Flagship Factory restituisce uno spazio infrastrutturale di forte impatto percettivo, in cui la luce diventa struttura e accompagna il movimento lungo un percorso continuo scandito da archi monumentali. Le linee luminose integrate seguono il ritmo della sequenza architettonica, sottolineandone la profondità e la curvatura, mentre il contrasto controllato tra superfici illuminate e ombra costruisce una percezione dinamica e progressiva dello spazio. La luce non è applicata, ma incorporata nell’architettura, diventando elemento di orientamento, sicurezza e identità, capace di trasformare un’infrastruttura produttiva in un’esperienza spaziale riconoscibile e coerente con il carattere del luogo.
Altre pagine About
Questa sezione raccoglie l’indice delle pagine di approfondimento biografico e professionale dedicate a Marco Petrucci, Lighting Designer specializzato in Progettazione e Tecnologie della Luce. I contenuti ripercorrono la formazione accademica tra l’Università La Sapienza di Roma e il Politecnico di Milano, il ruolo della luce come fondamento del progetto architettonico, con particolare riferimento al percorso sviluppato accanto a Piero Castiglioni, e l’eredità culturale e metodologica della scuola Castiglioni.
L’indice prosegue con le collaborazioni con architetti e studi internazionali, analizzate come luoghi di dialogo progettuale e integrazione disciplinare, e con l’approfondimento sul tema dell’interpretazione dello spazio, intesa come valorizzazione dell’identità architettonica e miglioramento della fruizione attraverso il controllo percettivo della luce. La sezione si completa con un focus su rigore normativo, tecnologia e sostenibilità, evidenziando l’applicazione degli standard internazionali, dei sistemi di controllo illuminotecnico e dei criteri di qualità della luce come elementi strutturali del processo progettuale.
