Illuminotecnica Milano: Studio di via Presolana

Dal 1957 lo studio-laboratorio di via Presolana ha formato generazioni di progettisti della luce

La storia dello studio di illuminotecnica di via Presolana a Milano si sviluppa intorno a un rapporto fecondo e irripetibile tra padre e figlio: Livio e Piero Castiglioni. È attraverso questa relazione – fondata su trasmissione, confronto e continuità progettuale – che si definisce una delle esperienze più significative della cultura della luce italiana. Le origini e le influenze che hanno formato Livio Castiglioni rappresentano il terreno su cui si innesta una visione condivisa ma in evoluzione, dove la sperimentazione del padre si intreccia con lo sguardo architettonico del figlio, dando vita a uno studio che non è solo luogo di lavoro, ma laboratorio intergenerazionale di pensiero illuminotecnico.

Architetto milanese classe 1911, Livio si forma al Politecnico di Milano ed emerge presto nel vivace clima del design italiano del dopoguerra. Ma la sua curiosità spazia oltre: Livio è affascinato dalla dimensione sensoriale del progetto, esplora i confini tra tecnologia e percezione, interessandosi ai fenomeni del suono e della luce e ai nuovi strumenti audiovisivi. Questo eclettismo lo porta a collaborare con l’industria elettronica: negli anni Quaranta e Cinquanta è consulente per la Phonola (per cui disegna innovative radio dalla forma inedita) e nei primi anni Sessanta per Brionvega, contribuendo all’evoluzione estetica di apparecchi radio e hi-fi.

Dopo la collaborazione nello studio di via Porta Nuova con i fratelli Achille e Pier Giacomo – un luogo polifonico in cui si intrecciavano architettura, urbanistica e disegno industriale – Livio sceglie, a metà degli anni Cinquanta, di intraprendere un percorso autonomo. Il desiderio di sperimentare nuove forme espressive lo porta nel 1957 ad aprire un proprio atelier-laboratorio in via Presolana, a Milano. Inizialmente dedicato alla ricerca su suono, luce e dispositivi elettronici, questo spazio si trasforma progressivamente, grazie anche alla presenza attiva del figlio Piero, in un luogo di riferimento per la progettazione illuminotecnica integrata. È un piccolo laboratorio artigianale, destinato però a diventare una fucina di idee che anticipa la moderna concezione della luce nell’architettura.

Sin dagli esordi del nuovo studio, Livio Castiglioni adotta un approccio pionieristico che potremmo definire Il Metodo Castiglioni. Nel suo laboratorio la progettazione della luce è concepita come una continua sperimentazione, in cui la componente tecnica si fonde con quella estetica e sensoriale. Negli anni Sessanta Livio realizza i primi ambienti sonori e luminosi, precorrendo i tempi delle installazioni multimediali: celebri sono le sue partecipazioni alle Triennali di Milano, dove combina illuminazione e suono per creare esperienze immersive. In occasione della XIV Triennale di Milano (1968) ad esempio, progetta con il figlio Piero sistemi integrati di luci e dispositivi audio-video, mettendo in pratica la sua visione sinestetica dello spazio.

La luce diviene così un materiale di progettazione al pari degli altri: qualcosa da plasmare per dare forma all’atmosfera di un ambiente. Questo metodo, fondato sul gioco inventivo e sull’analisi rigorosa, porta Livio a concepire soluzioni luminose "su misura" – dispositivi realizzati artigianalmente e adattati alle esigenze specifiche di ogni progetto, piuttosto che prodotti standard da catalogo. Un esempio illuminante di tale approccio è la lampada sperimentale Boalum (1970), un tubo flessibile luminoso ideato con Gianfranco Frattini e prodotto da Artemide: un oggetto che unisce tecnologia e poesia, tuttora considerato un’icona del design italiano. Nel laboratorio di via Presolana, insomma, la ricerca tecnologica e la creatività vanno di pari passo, delineando i principi chiave del metodo Castiglioni: innovazione continua, attenzione artigianale al dettaglio e integrazione della luce nello spazio architettonico.

Boalum, lampada disegnata da Livio Castiglioni e Gianfranco Frattini nel 1970 per Artemide, qui presentata nel catalogo del 1973, è un esempio emblematico di sperimentazione formale e tecnologica. Composta da un corpo flessibile in plastica traslucida che contiene una serie di sorgenti luminose modulari, può essere modellata liberamente, diventando lampada da tavolo, da terra o da parete. Luce e materia si fondono in un dispositivo continuo, dallo spirito ludico e innovativo, che ha precorso le logiche del design relazionale. Inclusa nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, rappresenta uno degli oggetti più radicali del design italiano degli anni Settanta.

Con l’ingresso di Piero Castiglioni, figlio di Livio, la vicenda dello studio di Via Presolana abbraccia la continuità generazionale e una nuova fase di crescita. Piero nasce nel 1944 e, seguendo le orme paterne, si laurea in Architettura al Politecnico di Milano nel 1970. Da studente aveva frequentato lo studio degli zii Achille e Pier Giacomo in Piazza Castello, assorbendo l’ingegno giocoso e l’approccio pragmatico tipici della famiglia. Dopo la laurea entra ufficialmente nel laboratorio di via Presolana accanto al padre, portando idee fresche e uno sguardo architettonico nuovo sulla luce. Padre e figlio lavorano fianco a fianco per quasi un decennio, dal 1972 al 1979, condividendo progetti e intuizioni.

Sono anni di fervida attività in cui lo studio realizza l’illuminazione personalizzata per gallerie d’arte, showroom, hotel, uffici e abitazioni, sia in Italia sia all’estero. In questo periodo vengono prodotti in piccola serie apparecchi speciali pensati ad hoc per ogni allestimento, consolidando quella filosofia del "fatto su misura" che contraddistingue la scuola Castiglioni. Proprio nel cuore del laboratorio nascono invenzioni destinate a lasciare il segno: qui viene concepito e fisicamente assemblato il sistema Scintilla, un’innovativa struttura modulare a cavo e binario per lampade alogene, dalla pulizia formale estrema. Scintilla rappresenta la sintesi della visione Castiglioni: unisce la versatilità essenziale di un elemento decorativo alla capacità illuminante di un sistema tecnico professionale.

Inizialmente prodotto artigianalmente su richiesta, il sistema Scintilla riscuote così tanto successo che nel 1983 viene ceduto all’azienda Fontana Arte per la produzione su larga scala. Parallelamente, la collaborazione di Livio e Piero con altri designer conduce a nuovi progetti illuminotecnici: negli stessi anni Settanta partecipano alla realizzazione di scenografie luminose e audiovisive per mostre come Eurodomus e altri eventi espositivi, consolidando la reputazione dello studio come punto di riferimento nella progettazione della luce nello spazio.

Dopo la scomparsa di Livio nel 1979, Piero Castiglioni prosegue con determinazione l’attività, dedicandosi esclusivamente all’illuminazione e traghettando lo studio in una nuova era. Gli anni Ottanta vedono un’evoluzione decisa: si passa dalla progettazione di singoli oggetti luminosi alla concezione di sistemi illuminotecnici completi e integrati nell’architettura. Il laboratorio di via Presolana diventa un luogo di incontro per una rete sempre più ampia di collaborazioni prestigiose. Piero, forte dell’eredità paterna ma con uno sguardo proiettato al futuro, instaura rapporti professionali e di amicizia con figure di primo piano della progettazione italiana e internazionale.

Il laboratorio di via Presolana nel 1979, cuore operativo e creativo dello studio Castiglioni: un ambiente artigianale dove convivono materiali, prototipi, disegni tecnici, strumenti di misura e componenti elettrici.

Negli spazi raccolti di quel laboratorio milanese si ritrovano a dialogare e lavorare insieme architetti e designer come Gae Aulenti, Bruno Munari, Gianfranco Frattini, Vittorio Gregotti, Cini Boeri, Cesare Casati, Vico Magistretti, Nanda Vigo, Marco Zanuso e molti altri. Ciascuno porta il proprio contributo: c’è chi come Aulenti condivide l’attenzione per la storia e l’ambientazione (nascerà da questo incontro una lunga collaborazione su progetti museali), chi come Munari alimenta la dimensione ludica e sperimentale, o chi come Frattini porta in dote l’esperienza nel product design. Questo fermento interdisciplinare arricchisce ulteriormente il metodo Castiglioni, che assimila nuovi stimoli rimanendo però fedele ai suoi capisaldi: rigore tecnico, semplicità funzionale ed eleganza formale al servizio dello spazio da illuminare.

In questi stessi anni Piero Castiglioni firma alcuni progetti emblematici che proiettano la luce milanese sulla scena internazionale. Nel 1986 realizza, in collaborazione con l’architetta Aulenti, il nuovo progetto di illuminazione del Museo d’Orsay di Parigi, convertendo la monumentale ex-stazione ferroviaria in un tempio della luce naturale e artificiale calibrata con maestria. Sempre a Parigi contribuisce all’illuminazione del Centre Georges Pompidou, uno spazio avveniristico in cui la luce viene utilizzata per enfatizzare la struttura hi-tech dell’edificio e al contempo valorizzare le opere esposte. A Venezia, Piero è chiamato a progettare la luce per il rinnovato Palazzo Grassi (metà anni Ottanta), dove sperimenta soluzioni innovative per coniugare rispetto per il contesto storico e esigenze espositive moderne.

Proprio nell’ambito di Palazzo Grassi nasce un’altra creazione destinata a diventare un classico: il sistema Cestello, ideato da Piero insieme a Gae Aulenti per illuminare in modo flessibile gli spazi espositivi. Cestello introduce il concetto – allora rivoluzionario – di un apparecchio a sorgenti multiple orientabili individualmente, capace di fondere luce diffusa e d’accento in un’unica soluzione versatile. Presentato nel 1985 durante l’inaugurazione di Palazzo Grassi e in seguito sviluppato industrialmente da iGuzzini (1988), Cestello diviene un archetipo nel settore: un sistema che coniuga innovazione tipologica, qualità tecnologica e pulizia estetica, riflettendo in pieno l’approccio Castiglioni alla luce come strumento modulabile.

Nel frattempo Piero continua a lasciare il segno anche in patria: tra i numerosi incarichi spicca la realizzazione della nuova illuminazione per la Sala dei Corazzieri al Quirinale, la più solenne sala di rappresentanza della Presidenza della Repubblica a Roma. In quel progetto (completato negli anni Novanta), Piero lavora con gli architetti Mario Bellini, Cini Boeri e altri, combinando sapientemente luci dirette e indirette per esaltare la ricchezza decorativa senza abbagliare, trasformando la percezione di uno spazio storico attraverso soluzioni discrete ma altamente scenografiche. L’illuminazione del Quirinale a Roma, così come quella della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano pochi anni dopo, conferma il ruolo di Castiglioni quale punto di riferimento per progetti illuminotecnici istituzionali di alto profilo.

La vicenda del laboratorio di via Presolana, però, non si esaurisce nei suoi pur straordinari progetti: la sua eredità più autentica risiede nell’essere un luogo in cui si impara il mestiere, dove la conoscenza della luce passava attraverso l’esperienza diretta, il lavoro fianco a fianco, in un tempo lento e rigoroso fatto di prove, errori e affinamenti continui. Via Presolana rappresenta una vera e propria scuola del progetto, in cui teoria e prassi si fondono in un percorso unitario, artigianale e intellettuale al tempo stesso. Un ambiente in cui la luce viene affrontata non solo come strumento tecnico, ma come materia viva della cultura del progetto, in un continuo dialogo tra invenzione, funzione e costruzione. Un modello formativo che ha saputo coniugare rigore e libertà, disciplina e visione, lasciando un segno profondo nell’insegnamento del lighting design e nelle generazioni che da lì sono nate.

Milano, 1988 – Interno dello studio di Piero Castiglioni in via Presolana. Un luogo di sperimentazione tecnica e progettuale, dove il lavoro sull’illuminazione si intreccia con la ricerca sui materiali, le sorgenti e le soluzioni ottiche. Tra tavoli da disegno, prototipi e strumenti di misura, prende forma un metodo di lavoro rigoroso e interdisciplinare, destinato a segnare profondamente l’evoluzione del lighting design italiano.

Dalla metà degli anni Ottanta in poi, lo Studio Castiglioni si configura sempre più come un’officina didattica oltre che progettuale. Piero, consapevole del valore formativo del lavoro sul campo, apre le porte del laboratorio a giovani architetti desiderosi di specializzarsi nella luce, trasformando lo studio in una vera bottega contemporanea. Qui i collaboratori apprendono non dai libri ma affiancando il maestro nei cantieri, nei musei bui prima dell’allestimento, nelle prove illuminotecniche serali; sperimentano, sbagliano e migliorano, respirando un clima di ricerca continua.

Tra i principali collaboratori formatisi in studio spiccano nomi oggi affermati nel panorama del lighting design indipendente. Ad esempio Marinella Patetta e Claudio Valent: entrambi architetti con master in illuminazione, entrano giovanissimi nello studio Castiglioni e vi lavorano per diversi anni assimilando il metodo della "luce su misura". Forte di questa esperienza condivisa, nel 1989 la coppia decide di mettersi in proprio e fonda a Milano lo studio Metis Lighting, dedicato esclusivamente alla progettazione della luce e destinato a ottenere successo internazionale.

Allo stesso modo, negli anni Novanta lo studio Castiglioni continua ad attrarre e formare talenti: l’architetto Nicoletta Rossi inizia a collaborare con Piero nel 1989, seguita qualche anno dopo dall’architetto fiorentino Guido Bianchi (dal 2001). Per oltre quindici anni Rossi e Bianchi contribuiscono a progetti in Italia e all’estero all’interno dello studio, fino a che nel 2006 intraprendono anche loro la strada dell’indipendenza fondando Rossi Bianchi Lighting Design a Milano. Nel loro nuovo percorso continuano a sviluppare criteri di innovazione e ricerca illuminotecnica, facendo tesoro dell’esperienza maturata "a bottega" in via Presolana.

Un percorso analogo compie l’architetto Jacopo Acciaro, che dopo aver lavorato fianco a fianco con Piero Castiglioni tra il 1998 e il 2001, fonda a sua volta la propria struttura, Voltaire Lighting Design, con cui esplora il lighting design in contesti internazionali. Durante gli anni di collaborazione con Piero Castiglioni, Jacopo Acciaro approfondisce un modo di intendere la luce fondato sull’equilibrio tra funzione, tecnica e spazio, maturando progressivamente una propria visione progettuale che porterà avanti nei lavori successivi.

E ancora Giovanna Olgiati, formatasi anche lei nello Studio Castiglioni, prosegue oggi la professione come lighting designer indipendente, contribuendo a diffondere nel settore l’approccio appreso durante gli anni di laboratorio. Accanto all’attività professionale, porta avanti un impegno didattico al Politecnico di Milano, dove tiene lezione al Master in Lighting Design e Tecnologie, trasmettendo a nuove generazioni di progettisti quei principi appresi sul campo, tra laboratorio e cantiere.

Ognuna di queste figure testimonia come lo studio di via Presolana abbia funzionato da scuola Castiglioni a tutti gli effetti: un luogo dove la trasmissione di saperi avveniva quotidianamente, attraverso l’esempio e il fare pratico, creando una sorta di famiglia professionale allargata. Dall’originario laboratorio di Livio nel 1957 fino alle attività odierne di Piero e dei suoi eredi professionali, quella dei Castiglioni è più di una storia familiare: è la storia di un metodo e di una visione che hanno rivoluzionato il mondo della luce.

Oggi Piero Castiglioni è riconosciuto come uno dei maestri del lighting design, insignito di onorificenze (Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana nel 2020) e premi alla carriera, mentre il suo studio continua ad essere attivo sviluppando progetti con un approccio sistemico e tailor made. Ma forse il tributo più grande al metodo Castiglioni risiede nella comunità di progettisti della luce formatisi in via Presolana e nelle idee che essi portano avanti. L’eredità di questo atelier milanese, fatto di passione, sperimentazione e condivisione, continua a illuminare il panorama del design contemporaneo, confermando che la luce, come amava dire Piero, «è un altro materiale dell’architettura», da modellare con competenza tecnica e sensibilità artistica per trasformare lo spazio e la vita di chi lo abita.

Il laboratorio di via Presolana nel 2014, cinquant'anni dopo la sua fondazione: attorno al tavolo di lavoro, l'architetto Piero Castiglioni, con i suoi collaboratori Chiara Baldacci, Marco Petrucci e Mauro Zani, testimonia la continuità di uno studio che è insieme officina progettuale e luogo di trasmissione del sapere.

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Questa sezione raccoglie una serie di approfondimenti storico-critici e culturali dedicati alle figure e ai contesti che hanno contribuito alla nascita e all’affermazione del lighting design come disciplina autonoma. I contenuti esplorano il ruolo di Piero Castiglioni nella definizione di un approccio progettuale in cui la luce diventa parte strutturale dell’architettura, e le origini sperimentali del lighting design italiano attraverso la ricerca di Livio Castiglioni, in cui luce e suono si configurano come linguaggi immateriali del progetto.

La sezione approfondisce inoltre il contributo dei Fratelli Castiglioni, collocandone il percorso culturale tra la Milano degli anni Trenta e lo sviluppo del design industriale italiano, e analizza il ruolo centrale dello Studio di via Presolana come laboratorio di sperimentazione e formazione per generazioni di progettisti della luce.

Il quadro si completa con una riflessione sui grandi maestri del progetto, dal razionalismo al postmoderno, mettendo in luce l’eredità culturale e metodologica che ha ridefinito il rapporto tra luce, spazio e abitare nella progettazione contemporanea.

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