I Fratelli Castiglioni. Maestri del design italiano tra invenzione, ironia e rigore
Dalla Milano degli anni ’30 al design industriale: il percorso culturale e progettuale dei Castiglioni
I tre fratelli Castiglioni, Livio, Pier Giacomo e Achille, si inseriscono a pieno titolo nel panorama della tradizione progettuale italiana, contribuendo in modo determinante alla definizione di una cultura del design che, tra gli anni Trenta e la fine del Novecento, ha saputo evolversi da fenomeno emergente a linguaggio maturo e riconoscibile a livello internazionale. Figli dello scultore Giannino Castiglioni, autorevole interprete del linguaggio plastico del Novecento, i fratelli crescono in un ambiente intellettualmente fertile, erede di una sensibilità artistica e industriale che si trasmette per via familiare. In questo contesto, si forma anche la figura di Piero Castiglioni, figlio di Livio, nato a Lierna nel 1944, che ha orientato in maniera esclusiva la propria ricerca alla luce, facendo di questa materia l’oggetto di un approfondimento teorico e sperimentale che lo pone tra i protagonisti del pensiero illuminotecnico contemporaneo.
I tre fratelli si laureano al Politecnico di Milano, entrando a far parte di quella generazione di progettisti cui fu affidata l’interpretazione della nuova figura dell’architetto integrale, elaborata da Gustavo Giovannoni nel quadro della riforma dell’insegnamento dell’architettura. Questo nuovo modello prevedeva un connubio tra rigore tecnico e formazione umanistica, rafforzato dalla pratica della composizione e del disegno. Tale impostazione permetteva di affrontare le diverse scale del progetto – dall’urbano al domestico – con coerenza metodologica.
L’identità del pensiero dei Castiglioni nasce dall’interazione di tre personalità ben distinte ma radicate in una comune vocazione alla sperimentazione. È in questa sintesi che si riconosce la cifra stilistica dei Fratelli Castiglioni, la cui produzione ha influenzato in profondità sia la pratica che l’immaginario del product design italiano.
Nella fase di transizione dell’Italia verso l’industrializzazione del design, i tre fratelli - Livio, Pier Giacomo e Achille Castiglioni - si affermano tra i pionieri di una nuova modalità di concepire l’oggetto d’uso. Una fotografia scattata nel novembre del 1961 li ritrae con alcuni dei loro progetti più rappresentativi: una radio da tavolo e da parete, e una serie di posate realizzate in collaborazione con Luigi Caccia Dominioni, risalenti addirittura al periodo prebellico. Questi artefatti, apparentemente semplici, incarnano l’essenza fondativa del disegno industriale italiano, in cui innovazione tecnica, ricerca formale e attenzione all’uso quotidiano si intrecciano armoniosamente. La radio in particolare costituisce una riflessione modernista sull’estetica dell’elettrodomestico, mentre le posate rappresentano uno dei primi casi in cui la funzione si traduce in un linguaggio progettuale replicabile industrialmente. L’approccio dei Castiglioni anticipa le logiche del design come disciplina autonoma, dando forma a un pensiero metodologico che diventerà modello per le generazioni successive. È in questa stagione, sospesa tra rigore analitico e libertà creativa, che inizia a emergere la figura complessa del designer italiano, una sintesi tra ingegnere, architetto e artigiano della modernità.
La celebre foto di Evaristo Fusar del 1961, i tre fratelli sono ritratti nel cortile dello studio di Porta Nuova, dietro un tavolo da lavoro con alcuni dei loro primi prototipi. In alto, la lampada in Cocoon Taraxacum, appena progettata per Flos, illumina con morbidezza i loro volti.
Il percorso accademico di Livio Castiglioni si conclude nel 1936, seguito l’anno dopo da quello di Pier Giacomo, mentre Achille, il più giovane, consegue la laurea nel 1944, in pieno conflitto bellico. Fino al 1952 i tre lavorano insieme nello stesso studio; successivamente, la traiettoria professionale di Livio prende una direzione autonoma, legata in particolare alla consulenza per aziende come Phonola e Brionvega, specializzandosi nel design delle tecnologie elettroacustiche. La collaborazione tra Achille e Pier Giacomo si intensifica, culminando in una stagione progettuale straordinariamente feconda. Dopo la prematura scomparsa di Pier Giacomo nel 1968, e quella di Livio nel 1979, sarà Achille a raccogliere l’eredità dei fratelli, elaborandone la ricchezza di esperienze e trasponendola nella pratica professionale e nella didattica fino agli anni Novanta.
Nel tessuto urbano di Milano, dove un tempo il canale della Martesana lambiva i Bastioni di Porta Nuova, una via è stata recentemente intitolata ai fratelli Castiglioni, serpeggiando discreta tra le nuove architetture verticali. Questo riconoscimento, sebbene inserito in un paesaggio ormai mutato, restituisce continuità a una memoria che affonda le radici proprio in quella zona: è lì che i fratelli sono cresciuti, e hanno mosso i primi passi anche come professionisti. L’area, già sede della prima stazione ferroviaria milanese, aveva conosciuto uno sviluppo industriale significativo tra Ottocento e Novecento, con la presenza di realtà come la Grondona (poi OM), l’Elvetica di Ernesto Breda e la prima fabbrica Pirelli, poi trasferita alla Bicocca.
Nel cuore di questo paesaggio produttivo si trovava piazza Santa Maria degli Angeli, dove sorgeva la Fabbrica di medaglie Stefano Johnson, diretta dal nonno Giacomo Castiglioni. Fu in questa stessa fabbrica che Giannino Castiglioni, padre dei tre fratelli, lavorò come disegnatore dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera, sotto la guida di Angelo Cappuccio. A dirigere l’azienda era Federico Johnson, figura illuminata e fondatore nel 1894 del Touring Club Italiano. È proprio in questa duplice eredità – il nonno a capo di una manifattura artistica e il padre scultore e disegnatore – che si può riconoscere l’origine della "familiarità" dei Castiglioni con l’estetica industriale e i suoi processi. Dagli anni Venti in poi, Giannino si dedicò alla scultura monumentale, aprendo un laboratorio in corso di Porta Nuova 52, che ospiterà anche il primo studio dei figli.
La Milano in cui si formano e operano i Castiglioni è una metropoli in espansione, che nei primi anni Trenta supera il milione di abitanti, diventando uno snodo centrale per le dinamiche economiche e culturali europee. Il panorama industriale è variegato: meccanica, metallurgia, tessile, editoria, chimica, legno, cuoio. A questo si aggiunge un sistema reticolare di piccole officine e laboratori, soprattutto nelle zone centrali. In tale scenario, la realizzazione della Fiera Campionaria nel 1923 e, dieci anni dopo, l’inaugurazione del Palazzo dell’Arte della Triennale progettato da Giovanni Muzio, offrono nuove opportunità per una generazione di architetti che si riconosce nelle riviste Domus e Casabella, rispettivamente dirette da Gio Ponti e da Giuseppe Pagano con Edoardo Persico.
In entrambi i contesti – Fiera e Triennale – i Castiglioni saranno protagonisti, dando forma a una pratica progettuale capace di coniugare sperimentazione e rigore tecnico, e intessendo relazioni significative con aziende produttrici. La zona di Porta Nuova, dove i fratelli avviano le prime collaborazioni, è densamente connessa con istituzioni culturali e imprese d’avanguardia: dalla Permanente ricostruita nel dopoguerra, agli uffici della Montecatini progettati da Gio Ponti nel 1938, dotati delle più moderne tecnologie comunicative. Con Montecatini nascerà un rapporto duraturo che si tradurrà in numerosi allestimenti fieristici. A breve distanza, in via Palermo, si stabilisce l’Ufficio Pubblicità Olivetti, luogo di transito dei migliori grafici italiani, e nei pressi ha sede anche il gruppo BBPR, che nel 1936 vince un concorso promosso da Domus per un nuovo apparecchio radio, sostenendo la necessità di conferire all’oggetto tecnologico un aspetto coerente con la sua funzione d’uso, distante dalla logica dell’arredo domestico.
Sotto la supervisione dei BBPR, proprio nel 1936, Livio, insieme a Caccia Dominioni e a Pier Giacomo, allora ancora studente, realizza l’allestimento della sala "Priorità italiche in arte" alla VI Triennale di Milano. Il progetto, leggero e sofisticato, introduce già una soluzione illuminotecnica originale, anticipando tematiche che saranno centrali nella loro ricerca futura. A Lierna, presso il secondo studio di scultura del padre, il gruppo elabora i primi progetti per edifici pubblici e abitazioni private, ispirandosi ai maestri del razionalismo comasco, come Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri. Parallelamente, Livio – appassionato radioamatore – costruisce autonomamente apparecchi radio, maturando l’idea che il design dovesse nascere da una sintesi di funzionalità, costruttività e interazione. Tale riflessione lo porterà, dal 1938 in poi, a scrivere per le principali riviste del settore, contribuendo alla ridefinizione dell’estetica dell’oggetto tecnologico.
Nel contesto di questa traiettoria progettuale, saranno Livio e Pier Giacomo a introdurre con decisione all’interno dello studio l’interesse per le tecnologie del suono e della luce, ponendo le basi per una collaborazione sempre più stretta con l’industria manifatturiera. L’occasione concreta per esplorare il rapporto tra estetica e tecnologia si presenta alla VII Triennale del 1940, con l’allestimento della Mostra dell’apparecchio radio. Per quell’occasione, insieme a Luigi Caccia Dominioni, i due fratelli realizzano venti modelli funzionanti di radio e radiofonografi, anticipando forme e linguaggi del design industriale attraverso dispositivi che coniugano funzionalità tecnica e rigore espressivo. È in questa fase che la Fimi-Phonola di Saronno acquisisce due dei progetti elaborati, trasformandoli in apparecchi compatti destinati alla produzione seriale, disponibili in numerose varianti cromatiche. Queste sperimentazioni si pongono in perfetta sintonia con altri esempi coevi, come la macchina da calcolo Summa Olivetti di Marcello Nizzoli, e sono accolte dalla critica come archetipi del nascente industrial design italiano, in cui forma, funzione e modalità d’uso vengono integrate in un’unità coerente.
"I concetti espressi e realizzati dal gruppo milanese della VII Triennale" - scrive Livio - "erano troppo proiettati in avanti rispetto al gusto corrente, rispetto alle stesse tecniche produttive di allora [...]. Passò più di un decennio, anche a causa della guerra e delle difficoltà della ricostruzione, prima che la struttura produttiva del mercato recepisse le proposte allora avanzate".
Dopo l’interruzione dovuta al conflitto bellico, i fratelli si ritrovano a Lierna, dove la famiglia si era rifugiata a seguito dei bombardamenti su Milano. Si conclude in questa fase la collaborazione con Caccia Dominioni, che intraprenderà un percorso autonomo. Con l’ingresso ufficiale di Achille nello studio, dopo la laurea del 1944, si delineano in modo netto le attitudini specifiche dei tre fratelli: Achille e Pier Giacomo si dedicano congiuntamente alla progettazione degli spazi e degli oggetti, privilegiando l’integrazione tra forma, funzione e comunicazione; Livio, invece, concentra la sua ricerca su aspetti immateriali come il suono, la luce e l’interazione tecnologica, anticipando molte delle riflessioni che caratterizzeranno il design degli anni Sessanta e Settanta.
È in questo clima di intensa operosità che nasce una delle atmosfere più emblematiche dello studio: un luogo disciplinato e monastico, descritto anni dopo da Massimo Vignelli, all’epoca giovane collaboratore. Egli ricordava Livio isolato in una stanza laterale, intento ad ascoltare segnali radio con una cuffia auricolare, circondato dalle sue strumentazioni; mentre Achille e Pier Giacomo, seduti al grande tavolo da disegno, discutevano con entusiasmo e ironia sulle loro idee. Lo spazio era illuminato da lampade industriali smaltate di bianco, e dominato da librerie Lips Vago traboccanti di prototipi e materiali: tra questi, campeggiava il modello della radio Phonola, ormai diventata simbolo dell’Italian Style, e le leggendarie sedie da campo Moretti.
Milano, 1968 – Nello studio di Piazza Castello, da sinistra: gli architetti Achille Castiglioni, Livio Castiglioni, Giorgina Castiglioni, Pier Giacomo Castiglioni e Piero Castiglioni. Una rara immagine di famiglia che ritrae insieme tre generazioni di progettisti, protagonisti della nascita del design italiano e della cultura della luce.
Pier Giacomo, figura riflessiva e misurata all’interno dello studio, e Achille, dotato di una vena creativa ironica e irriverente, intrecciavano un dialogo costante sulle loro creazioni, muovendosi tra slanci di entusiasmo e momenti di consapevole sobrietà, sempre guidati da un atteggiamento privo di ostentazione. Il loro confronto si articolava come una dinamica continua, fatta di complicità progettuale e gesti emblematici, tra cui quel caratteristico piegare il volto verso sinistra, quasi un codice espressivo riservato, una sorta di linguaggio non verbale che sanciva l’intesa e l’unità di intenti nella loro pratica quotidiana.
Nel secondo dopoguerra, l’attività dello studio si espande su diversi fronti: urbanistica, architettura, allestimenti fieristici e consulenze aziendali. In particolare, Pier Giacomo sviluppa una riflessione teorica che lo porterà a fondare nel 1945 l’MSA – Movimento di Studi per l’Architettura, insieme a Ernesto Nathan Rogers, del quale sarà assistente al Politecnico di Milano, dopo essere stato al fianco di Piero Portaluppi e Gio Ponti. Nel 1958 ottiene la libera docenza in Composizione architettonica, e nel 1964 la cattedra di Disegno e rilievo. I suoi progetti in ambito architettonico, spesso in collaborazione con Achille, riflettono la dialettica tra internazionalismo e regionalismo, interpretando la tensione tra il retaggio del Movimento Moderno e l’invito di Rogers – espresso sulle pagine di Casabella – a emanciparsi da una visione razionalista rigidamente mitteleuropea.
La versatilità dello studio si esprime con particolare efficacia negli allestimenti temporanei, che dagli anni Cinquanta diventano un campo privilegiato di sperimentazione. Le prime esperienze nascono dal rapporto con ANIE – Associazione Nazionale delle Industrie Elettrotecniche, ma si estendono rapidamente ad aziende attive nei settori della chimica, dell’energia e della comunicazione. Il carattere effimero degli allestimenti, unito alla possibilità di una figurazione astratta, consente ai Castiglioni di esplorare liberamente linguaggi e soluzioni formali. In questo contesto si inseriscono le collaborazioni con alcuni dei maggiori visual designer italiani: Erberto Carboni, Bruno Munari, Max Huber, Pino Tovaglia, Heinz Waibl, Michele Provinciali, Giancarlo Iliprandi.
Il successo ottenuto attraverso gli allestimenti e la partecipazione alle Triennali del 1951, 1954 e 1957 richiama l’attenzione di un numero crescente di aziende. È in questi progetti che le soluzioni per l’illuminazione emergono come elementi distintivi, prefigurando alcune delle lampade che verranno poi realizzate in serie. Il primo incarico significativo nel settore dell’elettrodomestico arriva dalla REM, azienda produttrice di aspirapolveri, per la quale Pier Giacomo e Achille progettano nel 1956 il modello Spalter, una soluzione innovativa per morfologia e tecnologia.
Nello stesso periodo, si consolida il sodalizio con l’imprenditore Dino Gavina, promosso da Lucio Fontana, che porterà a collaborazioni durature nel campo dell’arredamento e della luce. Sempre nel 1956, i Castiglioni partecipano alla fondazione dell’ADI – Associazione per il Disegno Industriale, dove rivestiranno ruoli attivi nei comitati direttivi. Livio Castiglioni ne sarà presidente tra il 1959 e il 1960. L’ADI nasce con l’obiettivo di promuovere il riconoscimento professionale del designer e di valorizzare il design come strumento di crescita economica e culturale. Tra le iniziative più significative, la creazione del Premio Compasso d’Oro, pensato per premiare l’eccellenza del prodotto industriale italiano.
Nel 1955, Achille e Pier Giacomo ricevono il loro primo Compasso d’Oro con la lampada Luminator, seguiti da numerosi altri riconoscimenti negli anni successivi. Un altro momento centrale di questa stagione culturale è rappresentato dalla rivista Stile Industria, fondata nel 1954 da Alberto Rosselli, partner di studio di Gio Ponti, che per quasi un decennio rappresenterà un’importante piattaforma di confronto tra il design italiano e i contesti europei e americani.
Milano, 1952 – Achille, Pier Giacomo e Livio Castiglioni nello studio di Porta Nuova. L’immagine restituisce l’atmosfera intensa e operosa del loro metodo condiviso, fondato sulla sperimentazione, sul confronto diretto e sull’integrazione tra disegno, tecnologia e visione d’autore.
Nel 1959, durante un viaggio negli Stati Uniti organizzato dal Collegio degli Architetti di Milano, i Castiglioni visitano il Chicago Institute of Technology, dove hanno modo di presentare i loro progetti a studenti e docenti. Nello stesso anno vincono il Design Competition for Italy, promosso dalla ditta americana Reed & Barton, con due set di posate – Secco e Dolce – in cui applicano tecniche industriali come la profilatura per estrusione e la tranciatura, conferendo alle forme tradizionali una nuova coerenza funzionale ed estetica.
Verso la fine degli anni Cinquanta, e poi nei primi anni Sessanta, la ricerca dei Castiglioni si concretizza nella definizione di una vera e propria poetica del progetto, basata su principi di riassemblaggio, relazione plastica con il corpo umano, recupero del design anonimo e una forte componente ludica, intesa come strategia per coinvolgere l’utente. Nel 1957, nella mostra Colori e forme della casa d’oggi a Villa Olmo (Como), e nel successivo allestimento del ristorante Splügen Bräu (1960), elaborano una grammatica di oggetti-prototipo che darà vita a prodotti iconici: tra questi lo sgabello Mezzadro, il sedile Sella, la libreria Pensile, la poltrona Cubo, la lampada Splügen Bräu, lo sgabello Spluga, e i primi elementi del sistema Servo: Servofumo e Servopluvio. A partire da questa intensa stagione creativa, i fratelli Castiglioni traducono i loro principi progettuali anche nel campo della luce, disegnando una serie di lampade divenute simbolo del design italiano del Novecento, molte delle quali ancora oggi in produzione.
Tra le più emblematiche si annovera la lampada Arco (1962), progettata da Achille e Pier Giacomo per Flos, ispirata alle lampade stradali e concepita per illuminare un tavolo senza l’ingombro di un lampadario a soffitto: l’arco in acciaio e la solida base in marmo di Carrara rappresentano un perfetto equilibrio tra funzione e materia. La Taccia (1958-1962), anch’essa per Flos, nasce da un’idea provocatoria: un diffusore capovolto che funge da riflettore, restituendo una luce indiretta e sofisticata. La Toio (1962), ibrido tra proiettore da automobile e struttura minimale, incarna la poetica del riuso funzionale, così come la Luminator (1954), premiata con il Compasso d’Oro, si distingue per la forma essenziale e l’innovazione tecnica nel raffreddamento della sorgente. Di grande rilevanza anche la Lampadina (1972), che espone deliberatamente l’elemento luminoso, ironizzando sull’oggetto-lampada; la Fucsia (1996), più tardi realizzata da Achille in solitaria, rappresenta invece una riflessione matura sull’effetto luminoso e sulla leggerezza formale.
Lampada Arco, disegnata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1962 per Flos. Progettata per offrire un’illuminazione a sospensione senza installazione a soffitto, si distingue per la base in marmo di Carrara, lo stelo arcuato in acciaio inox e il riflettore orientabile in alluminio. Un’icona del design italiano che unisce ingegnosità tecnica e sobria eleganza formale.
Questi progetti, apparentemente semplici, esprimono una sofisticata intelligenza compositiva e una visione radicalmente funzionalista, capace di elevare la luce a dispositivo narrativo e culturale. Secondo l’interpretazione dell’architetto Vittorio Gregotti, la questione del light designer, così come il trattamento della luce e, ancor più, l’interesse per l’elettricità e per le sue tecniche di conduzione e diffusione, esercitava sui Castiglioni un fascino non solo tecnico, ma anche simbolico e suggestivo. Il loro approccio, afferma Gregotti, affonda le radici in una sensibilità di matrice futurista: non tanto nella resa estetica quanto nella concezione della luce come miracolo tecnico, flessibile e radiante, capace di incarnare le potenzialità espressive della modernità.
Nel 1962, a causa della demolizione dell’edificio storico dello studio di Porta Nuova, Achille e Pier Giacomo trasferirono lo studio in Piazza Castello 27, oggi sede della Fondazione Achille Castiglioni. Livio, invece, continuò la sua attività nel laboratorio di via Presolana, dove oggi opera il figlio Piero Castiglioni.
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Questa sezione raccoglie una serie di approfondimenti storico-critici e culturali dedicati alle figure e ai contesti che hanno contribuito alla nascita e all’affermazione del lighting design come disciplina autonoma. I contenuti esplorano il ruolo di Piero Castiglioni nella definizione di un approccio progettuale in cui la luce diventa parte strutturale dell’architettura, e le origini sperimentali del lighting design italiano attraverso la ricerca di Livio Castiglioni, in cui luce e suono si configurano come linguaggi immateriali del progetto.
La sezione approfondisce inoltre il contributo dei Fratelli Castiglioni, collocandone il percorso culturale tra la Milano degli anni Trenta e lo sviluppo del design industriale italiano, e analizza il ruolo centrale dello Studio di via Presolana come laboratorio di sperimentazione e formazione per generazioni di progettisti della luce.
Il quadro si completa con una riflessione sui grandi maestri del progetto, dal razionalismo al postmoderno, mettendo in luce l’eredità culturale e metodologica che ha ridefinito il rapporto tra luce, spazio e abitare nella progettazione contemporanea.
