Livio Castiglioni. Origini sperimentali del lighting design italiano

Tra onde e bagliori: la luce e il suono come linguaggi invisibili nella visione progettuale di Livio Castiglioni

Livio Castiglioni (1911–1979) è una figura centrale nella genealogia del design italiano del Novecento. È padre di Piero Castiglioni, tra i più rilevanti protagonisti della nascita del lighting design in Italia, e a lui trasmette un’eredità progettuale fondata su una visione sperimentale, tecnica e sensoriale della luce, ma soprattutto una concezione della luce come fenomeno da indagare, come materia in continua trasformazione. Lo studio-laboratorio che padre e figlio condividono in via Presolana a Milano negli anni Settanta, diventa il luogo dove prende forma un nuovo modo di intendere la luce: non più semplice funzione tecnica, ma esperienza architettonica, percettiva e culturale.

Ma prima ancora, Livio è figlio dello scultore, pittore e architetto italiano, Giannino Castiglioni (Milano, 4 maggio 1884 – Lierna, 27 agosto 1971) noto per un linguaggio figurativo solido e monumentale, legato alla tradizione accademica ma capace di dialogare con le istanze della modernità. Nato a Milano e formatosi all’Accademia di Brera, ha realizzato importanti opere pubbliche, monumenti celebrativi e complessi scultorei, distinguendosi per l’attenzione alla composizione spaziale e alla resa plastica dei volumi. Tra i suoi lavori più noti si ricordano il Monumento ai Caduti di Erba (1922), il Monumento alla Vittoria a Bolzano (1928, progettato con Marcello Piacentini), e la Cripta dell’Ossario di Redipuglia (1938). La sua poetica si muove tra la rappresentazione del sacrificio, la memoria collettiva e l’eroismo, con uno stile che spesso fonde scultura e architettura in un'unica visione scenografica.

È anche il fratello maggiore di Pier Giacomo (Milano, 22 aprile 1913 – Milano, 27 novembre 1968) e Achille Castiglioni (Milano, 16 febbraio 1918 – Milano, 2 dicembre 2002), con i quali condivide fin dagli anni Trenta una progettualità transdisciplinare che anticipa l’affermazione del design come disciplina autonoma nel dopoguerra. Livio Castiglioni è tra le figure più eccentriche e radicali del panorama del design italiano del Novecento. Ha costruito un percorso progettuale che sfugge alle categorie consolidate dell’oggettistica e dell’estetica funzionalista. Il suo lavoro si sviluppa ai margini dell’oggetto, in quella zona di confine dove luce, suono, energia e percezione diventano materia viva di progetto.

Lo ha colto perfettamente Bruno Munari, nel descrivere l’essenza della sua opera: «Livio Castiglioni ottiene con mezzi elettrici essenziali un effetto ottico, termico, dinamico, acustico, voluto, senza computers, senza programmazione, senza transistors, senza complessi micrologici, senza amplificatori elettronici.» Una dichiarazione che celebra la sua poetica dell’essenziale: un’arte tecnologica fatta di trasformazioni sensoriali, ottenute non attraverso sofisticati dispositivi, ma con una sapienza manuale, quasi artigianale, capace di reinventare l’ordinario.

Livio Castiglioni incontra Giò Ponti all’arrivo in aeroporto, in un momento di scambio tra due protagonisti della cultura progettuale italiana del Novecento. Sullo sfondo, l’architettura razionalista del terminal rafforza la scena come documento di un’epoca di dialogo tra design, industria e visione.

Fin da giovanissimo, Livio è attratto dalle prime tecnologie della comunicazione: costruisce ricevitori radio a galena, installa un’antenna ricetrasmittente sulla casa di Lierna già nel 1946, e nel 1934 vince un premio nazionale per un cortometraggio in 16 mm. La sua passione per l’onda invisibile - suono e immagine - orienta da subito il suo progetto verso la dimensione immateriale della percezione. Il suo interesse nasce da una fascinazione profonda per la luce come manifestazione visibile dell’energia, da esplorare piuttosto che risolvere. In questo senso, Livio si pone come erede contemporaneo della tradizione delle luminarie popolari e dei fuochi d’artificio, di cui fu appassionato collezionista e fine conoscitore. Nei suoi progetti, la luce non è mai semplice illuminazione: è stupore, coinvolgimento, piacere visivo. Questa attitudine si rafforza con gli studi in ingegneria e architettura al Politecnico di Milano, dove si laurea nel 1936. L’inclinazione per le tecnologie elettrotecniche si traduce, già negli anni Trenta, in una riflessione profonda sulla forma dello strumento: abbandonando il mobile decorativo, Livio Castiglioni si concentra sull apparecchio radio, rielaborando la relazione tra forma, funzione e interfaccia. La chiarezza del quadrante, la posizione dell’altoparlante, l’ergonomia dei comandi diventano elementi centrali di una nuova estetica funzionale, in cui la forma serve innanzitutto a comunicare.

Ma è con la luce che Livio Castiglioni compie la sua esplorazione più personale. Nei progetti degli anni Quaranta e Cinquanta, e soprattutto negli allestimenti per la Triennale di Milano, la luce si manifesta non come oggetto, ma come fenomeno architettonico, lontano dall’enfasi decorativa. Castiglioni lavora per sottrazione, riducendo i mezzi, valorizzando il fenomeno. Nella celebre "Sala delle priorità italiche in arte", la luce zenitale scende da tagli invisibili nel soffitto, si rifrange sulle pareti, si riflette nel pavimento. La luce plasma lo spazio attraverso veli, lame, radiazioni direzionali.

Con la "Mostra dell’illuminazione" alla IX Triennale del 1951, in collaborazione con Achille e Pier Giacomo, la luce artificiale diventa esperienza percettiva, tra scienza e suggestione. Questa visione si pone in netto contrasto con la prassi dominante del design d’illuminazione, dove la lampada diventa feticcio estetico. Per Livio (e in seguito per Piero), l’oggetto è strumento operativo, non fine: nasce per fare un determinato tipo di luce, rispondendo a un’esigenza visiva precisa, e solo dopo assume forma.

Nel padiglione itinerante RAI del 1967, realizzato con i fratelli e con Davide Boriani, Livio progetta un sistema analogico di regia luminosa e sonora: una centralina a carillon controlla centinaia di eventi visivi e acustici. È una performance immersiva ante litteram, interamente meccanica, dove luce e suono diventano coreografia percettiva. Anche in altri progetti, come Trepiù o la Casa del collezionista con Gae Aulenti, luce e suono si intrecciano: fili incandescenti che "suonano", ampolle luminose che "crepitano", ambienti sinestetici in cui la percezione visiva e sonora si amplificano reciprocamente.

Negli anni Settanta, mentre l’elettronica invade il design con effetti spettacolari, Livio risponde con una tecnologia quotidiana fondata sul pragmatismo progettuale e sulla concretezza della funzione: interruttori al mercurio, fili elettrici, lampadine comuni; vengono trasformati con ingegno manuale in esperienze sensoriali complesse. Tutto il suo lavoro si configura come una critica alle scorciatoie dell'elettronica spettacolare.

È a questa logica che appartiene una delle invenzioni più emblematiche di Livio, il Boalum, progettata con Richard Sapper per Artemide nel 1969. Non una lampada, ma un corpo luminoso flessibile, privo di forma definitiva, destinato a mutare con l’intervento dell’utente. È l’oggetto che più di ogni altro esprime la vocazione situazionista del suo design: la luce non è imposta, ma costruita in relazione allo spazio, al corpo, al gesto. Boalum è luce d’azione, luce partecipata. Nei testi promozionali dell’epoca, Boalum è descritto con ironia e libertà: «Usi del Boalum: luce con tante luci. Si prenda il cordone luminoso e si scelga il posto adatto alla sua collocazione: in terra, appeso alla parete o calante dall'alto con nodi e sinuosi ritorni. Adatto all'ingresso o al soggiorno, può essere indossato, in casi eccezionali, da una donna giovane, possibilmente bionda e un po' sexy.» Dietro questa leggerezza si cela una profonda riflessione sullo spazio domestico: non più luogo statico e normato, ma ambiente flessibile, relazionale, dove la luce diventa compagna di comportamenti e trasformazioni.

Così lo ricorda Achille Castiglioni: «Il Livio è sempre stato il più estroso e ha seguito una strada tutta sua [...] era un po' inventore e gli piaceva pasticciare, mettere insieme congegni». Prima della guerra, Livio aveva perfino costruito un apparecchio in grado di captare le prime trasmissioni televisive sperimentali dall'Inghilterra: "si vedevano come dei fantasmi, una magia".

Cussino, caricatura di Livio Castiglioni, 1972.

Nel suo studio-laboratorio in via Presolana, Livio lavora con strumenti da radioamatore e cineasta: registratori a bobina, trasformatori, cavi, amplificatori, altoparlanti. È un alchimista moderno che non cerca la forma come icona, ma come esperienza. Tutto il suo lavoro è una critica alle scorciatoie dello spettacolo tecnologico. Di fronte agli effetti ottenuti con elettronica sofisticata, Livio risponde con una tecnologia quotidiana poetica: interruttori al mercurio, fili di stufa, sorgenti comuni, piegati a generare effetti di forte intensità percettiva. La sua ricerca trova compimento proprio in questa attitudine: immateriale ma concreta, sensoriale ma scientifica, artigianale ma anticipatrice. Non è un caso che nel 1979, alla vigilia della sua improvvisa scomparsa, stesse lavorando con Giovanni Klaus Koenig a una mostra sulle forme e i progetti della radio e della televisione: i due media che, sin da giovane, lo avevano affascinato e orientato verso un design fatto di comunicazione invisibile.

Oggi, il lavoro di Livio Castiglioni ci appare ancora straordinariamente attuale. La sua opera dimostra che il design può essere pensiero, ricerca, atto poetico. Che la luce, se liberata dall’oggetto, può diventare linguaggio, narrazione, paesaggio emotivo. In un tempo in cui torniamo a parlare di ambienti sensibili, di spazi immersivi, di relazioni multisensoriali, l’eredità di Livio Castiglioni è più che mai viva: ci ricorda che progettare significa ascoltare la materia invisibile delle cose, e dare forma — con intelligenza e libertà — alla nostra esperienza del mondo.

Ripensare oggi la figura di Livio Castiglioni significa riconoscere il valore di un progetto che sfugge alla formalizzazione, ma che ha formato una visione. È lui ad aprire la strada a una generazione nuova, e in particolare a Piero, che trasformerà quella intuizione sulla luce in una disciplina vera e propria: il lighting design.

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Questa sezione raccoglie una serie di approfondimenti storico-critici e culturali dedicati alle figure e ai contesti che hanno contribuito alla nascita e all’affermazione del lighting design come disciplina autonoma. I contenuti esplorano il ruolo di Piero Castiglioni nella definizione di un approccio progettuale in cui la luce diventa parte strutturale dell’architettura, e le origini sperimentali del lighting design italiano attraverso la ricerca di Livio Castiglioni, in cui luce e suono si configurano come linguaggi immateriali del progetto.

La sezione approfondisce inoltre il contributo dei Fratelli Castiglioni, collocandone il percorso culturale tra la Milano degli anni Trenta e lo sviluppo del design industriale italiano, e analizza il ruolo centrale dello Studio di via Presolana come laboratorio di sperimentazione e formazione per generazioni di progettisti della luce.

Il quadro si completa con una riflessione sui grandi maestri del progetto, dal razionalismo al postmoderno, mettendo in luce l’eredità culturale e metodologica che ha ridefinito il rapporto tra luce, spazio e abitare nella progettazione contemporanea.

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